UN CAPITANO DI LUNGO CORSO
Fratel Domenico Cafaro, che
conosceva il mare
Tra i
Saveriani che hanno operato in Indonesia, lultimo a lasciarci è fr.Domenico Cafaro,
nato a Massa di Vallo de Lucania nellaprile del 1928, e morto nella Casa Madre di
Parma il 27 febbraio 2002. Fratel Domenico ha lavorato in Indonesia per 27 anni.
Ultimamente prestava il suo servizio alla Procura delle Missioni a Parma. Ecco come lo
ricorda p. Franco Bertazza che ha vissuto con lui molte esperienze in Indonesia.
I primi ricordi della nostra
amicizia bisogna rincorrerli nelle lontane e uggiose nebbie novembrine di s. Pietro in
Vincoli. Lui, Cafaro, seduto al banco da calzolaio, discepolo di fratel Di Spirito o nelle
pause ricreative consentite, canticchiando "dui vecchi professor", che
accompagnava con le allegre note del mandolino. Gli piacevano i canti e i proverbi della
sua terra, la Lucania. Fanciullo apprese il lavoro della campagna. A 13 anni cominciò a
frequentare la Casa dei Saveriani a Vallo, come garzone-aiutante di fr.Palumbo, nella cura
del giardino e dellorto. In quella Casa, col passare degli anni, maturò la sua
vocazione; e a 17 anni entrò in noviziato dove apprese a fare del suo lavoro
unofferta di preghiera e di sacrifici graditi al buon Dio. Sarà questa la sua
spiritualità.
Carattere, schivo da ogni sciatteria, silenzioso, poco espansivo con
persone sconosciute, altrettanto allegro, sensibile, efficace barzellettista con i più
intimi. A Parma il Superiore Generale p.Giovanni Castelli lo volle come suo autista;
ufficio che esercitò con impeccabile impegno, riguardoso della persona che conduceva e
geloso della macchina che conservava sempre laria di essere nuova. Con p.Terzoni, in
cerca di pane per i missionari, formò una coppia inseparabile dartisti ingegnosi in
cerca davventure. Sempre ricordava con intenso piacere quegli anni. Nel 1962 partì
per lIndonesia disposto ad assumere qualsiasi incarico a servizio dei confratelli:
caricare e scaricare merce, contatti con la polizia, cercarsi amici tra i facchini del
porto e i mozzi di nave che con il tempo impararono a stimarlo certi di spillargli quella
generosa mancia che sapeva distribuire con prudenza. Servizio reso ai confratelli, a volte
dimentichi di un grazie di ritorno. Di animo sensibile taceva, soffrendo: faceva parte
della spiritualità del sacrificio gradito a Dio.
Fu felice quando raddoppiò la lunghezza della Santa Maria, la navetta
dono della Guardia di Finanzia italiana, dotandola di due nuovi motori. Fu lui ad
accompagnarmi alle Mentawai, isola di Sikakap, la mia meta, in quel primo viaggio sul
piccolo scarafaggio, splendido nel suo rinnovato colore. Da meccanico si trasformava in
provetto pescatore, visibilmente soddisfatto di provarmi la sua bravura nel catturare i
grossi tonni ribelli: li contava con soddisfazione: undici, dodici, tredici. Finalmente
nella pancia della navetta, resa più capace, poteva trasportare la benzina per i fuori
bordo che i missionari usavano alle Mentawai per i loro viaggi lungo i fiumi. Sempre
attento: al tempo, alla rotta, alle onde, ai venti, al Sikaleleu, il temibile vento
del nord. Lunica disattenzione gli fu fatale. Un giorno, durante unoperazione
nel fiume, non savvide che lancora della nave scendeva troppo velocemente in
mare, sciogliendo la catena cui era legata. Improvvisamente sarrestò e il nodo
della catena in cui la gamba di fr.Domenico era rimasta impigliata gli tranciò di netto
il piede.
Ebbe inizio il calvario. Fratel Domenico si sentì un uomo inutile;
tentò di reagire ritornando in Indonesia, ma quella protesi non era più la sua gamba.
Diede addio alla missione quando percepì di non poter dare quello che sentiva di voler
fare. Si ritirò a Parma, in Procura, a rifare, preparare e spedire casse e materiale in
missione. Un nuovo servizio ai confratelli, sacrificio gradito al Signore. Si aggiunse la
terribile asma, che lo ha perseguitato, per anni, obbligandolo, per lunghe ore, alla
maschera dossigeno. Volle sempre dimostrare di essere di aiuto in qualche cosa: il
telefono e la posta diventarono i suoi amici che gli permettevano di rendersi ancora
utile. Al pomeriggio si ritirava in camera e alla sera si preparava un brodino: "Caro
Berto mi scriveva se mi potessi trovare in Svizzera quei dadi di
verdura
". Il nostro peccato, di noi che stiamo bene, è quello di non renderci
conto della sofferenza altrui, ritenendo un brodino un capriccioso superfluo. Commettiamo
un altro peccato più grave, ritenere che il male fisico, sia strumento certo di
santificazione e di salvezza, dimenticando linsegnamento di Gesù che ci invita a
chiedere al Padre nostro che è nei cieli che ci liberi dal male, quel male che può
portare a Dio, ma che può indurre alla disperazione.
Non so quanti grazie, fr. Domenico, abbia ricevuto nella sua vita. Te
li raccolgo tutti: quelli dei tuoi familiari, dei confratelli e in modo particolare delle
sorelle Ali con le quali alle Mentawai abbiamo condiviso lavoro, speranze, gioie e
delusioni. Come sempre siamo in ritardo, ma puoi vedere quanto siano sinceri e ricchi di
affetto. Il tuo difficile cammino è stato un viaggiare verso la patria beata, senza voli
mistici, con la fede semplice del lavoratore che cammina con Cristo verso quella
resurrezione che è la certezza di tutti noi. Non è il momento per te di proclamare la
fede nella resurrezione perché già la vivi nello splendore della Gloria di Dio; è la
realtà, la più entusiasmante del cristiano. |