Campagna "banche armate"
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Campagna: le "banche armate"


COMMERCIO D’ARMI: IL RUOLO DELLE BANCHE
Francesco Terreri

Continua la campagna di pressione alle "banche armate": dopo la "Lettera aperta" (M.O. dicembre ’99) e l’articolo di F. Terreri sulla "Relazione del governo italiano sull’export di armi" (M.O. gennaio 2000) approfondiamo il tema con questo articolo.

   L’ultimo caso è dello scorso novembre. Basata su fonti dell’intelligence sudafricana, l’inchiesta del quotidiano britannico Observer rivela che armi per milioni di sterline sono state fornite alle fazioni in lotta nel Congo Brazzaville nel 1997 – e in particolare a quella dell’ex presidente Pascal Lissouba – attraverso un mediatore d’affari tedesco, una società con sede a Jersey e un conto della Barclays Bank, una delle maggiori banche europee, nelle Isole del Canale (Guernsey e Jersey) "paradiso" fiscale e societario nel cuore dell’Europa. Le armi, denunciano organizzazioni non governative e per i diritti umani, sono state usate in attacchi indiscriminati contro i civili durante la guerra interna che provocò 15.000 morti in quattro mesi.
   Il broker, Rudolph Wollenhaupt, vive a Johannesburg in Sudafrica e opera attraverso una rete di imprese tra cui la Ebar Management & Trading, con sede a St. Helier (Jersey), un posto dove le società che derivano i loro utili da partecipazioni all’estero sono esenti da imposte, come "società non residenti" fiscalmente. Ma soprattutto sono esenti da domande indiscrete. Alla denuncia dell’Observer, Wollenhaupt ha replicato che si tratta di un complotto e che le sue attività sono nel campo dei trasporti terrestri e aerei e non delle armi. Come controprova l’uomo d’affari, nel confermare la vendita di "camion e aerei" non militari a Lissouba, afferma di aver commerciato anche con il capo dell’altra fazione della guerra a Brazzaville, il già dittatore e attuale presidente congolese Denis Sassou-Nguesso.     Intanto il Mail & Guardian di Johannesburg, giornale "fratello" dell’Observer, ha scoperto che almeno in un’azienda sudafricana, la Support Systems Corporation, Wollenhaupt figura in società con la Rdp, un ramo della Executive Outcomes, la maggiore e più famosa società africana di fornitura di mercenari e di programmi di "protezione" e sicurezza armata.
   Ma lo scandalo, soprattutto in Gran Bretagna, è quello della Barclays Bank, le cui filiali offshore risultano frequentate da trafficanti d’armi. Alla banca si difendono nel solito modo che abbiamo sentito anche in Italia di fronte a denunce analoghe: "non avevamo modo di capire che si trattasse di pagamenti sospetti", "cerchiamo di conoscere i nostri clienti prima di aprire un conto", "non possiamo commentare i dettagli della cosa per motivi di privacy". Tuttavia la Barclays afferma di "fare ogni sforzo per condurre gli affari ottemperando alle responsabilità legali e normative" e si è dichiarata "disposta a cooperare con le autorità" per le indagini sulla vicenda. Peraltro la banca è coinvolta fino al collo anche nelle operazioni legali di esportazione d’armi, non solo in Gran Bretagna ma anche in altri paesi. Ad esempio in Italia dove, proprio nel 1997, è risultata il terzo istituto di credito – dopo la Banca Commerciale e il San Paolo di Torino – per operatività in questo campo: 225 miliardi di lire di operazioni autorizzate. La maggior parte di esse è costituita da esportazioni italiane in Gran Bretagna, ma ci sono anche gli introiti per vendite all’Arabia Saudita e, di nuovo in Africa, al Ghana: la rata annua di 1 milione 100mila dollari per l’acquisto di elicotteri A-109 Agusta.

TRA LEGALE E SOMMERSO
   Il ruolo degli istituti bancari nel commercio internazionale delle armi non è puramente accessorio. Prima ancora che per motivi oscuri, la necessità per produttori, commercianti e compratori d’armi di appoggiarsi alle banche, meglio se grandi ed efficienti, deriva da "normali" esigenze commerciali: presenza internazionale, fluidità e sicurezza nei pagamenti, possibilità di avere anticipi e crediti.
   Ma ci sono alcune caratteristiche del sistema bancario attuale che risultano particolarmente interessanti per i produttori e i commercianti d’armi, sia per una fornitura legale che, a maggior ragione, per le operazioni illegali. Il caso Barclays le evidenzia immediatamente: da qualche decennio si è sviluppata una rete bancaria e finanziaria offshore, espressione che significa "al largo", al largo dalle coste cioè su qualche isola, ma soprattutto al largo dai controlli.    Tutte le maggiori banche hanno aperto filiali in quelli che vengono comunemente definiti "paradisi fiscali", ma che sono spesso veri e propri paradisi societari e, talvolta, paradisi criminali. Nelle Isole Cayman dei Caraibi, ad esempio, sono presenti 32mila società, 47 delle 50 maggiori banche mondiali e 500 banche minori, con depositi per circa 460 miliardi di dollari, 900 fondi di investimento e 400 compagnie di assicurazione. E il motivo di questo affollamento è solo in parte di natura fiscale. Alle Cayman, come nelle Isole del Canale della Manica, come in Liechtenstein o alle Seychelles si è fuori dei controlli delle autorità monetarie, ma anche di quelle politiche dei paesi d’origine. Il segreto bancario è più tutelato e gli obblighi di trasparenza sono quasi inesistenti. Per transazioni come quelle in armamenti la riservatezza è un grande pregio.
   Quando poi la fornitura è ai margini – e oltre – della legalità, sorgono cruciali problemi di fiducia tra le parti, soprattutto se tra esse vi sono soggetti che operano nei mercati illegali. Chi mi assicura che, se pago, riceverò la merce? Chi mi assicura che, se spedisco la merce, verrò pagato?
   Quando una transazione è "coperta", ovvero riservata o segreta, i consueti metodi legali per risolvere controversie di questo tipo non sono disponibili. Per svolgere funzioni di questo tipo c’è bisogno di apposite figure di mediatori – i destinatari di quei "compensi di mediazione" che figurano nei dati sull’operatività bancaria nell’export di armi alla voce "importi accessori" – e di un sistema bancario che non faccia troppe domande sul dove collocare, ad esempio, quei depositi di garanzia di buona esecuzione del contratto chiamati performance bond.

PECUNIA NON OLET?
   D’altra parte anche le banche hanno "buoni motivi" per accettare questi ruoli nel mercato delle armi. È un mercato dove sono spesso coinvolti gli Stati, clienti di cui in genere si esclude la possibilità di bancarotta. E dove gli operatori privati che svolgono funzioni chiave, come i mediatori-commercianti, hanno generalmente conti denominati in dollari o in franchi svizzeri che crescono in continuazione. Insomma se è vero – come ha rilevato il Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo (Undp) – che il 20% più ricco della popolazione mondiale riceve il 95% dei crediti bancari, non può stupire che le banche operino in uno dei mercati dove più facilmente si incontrano clienti "bancabili".
   Non si può negare che gli istituti bancari non sappiano necessariamente che tipo di operazioni vengono fatte sui conti di questo o quel cliente. Dopo la pubblicazione sulle riviste missionarie dei dati ’98 sulle banche italiane coinvolte nell’export bellico e soprattutto dopo che Banca Etica e il Consorzio di microfinanza etica Etimos hanno deciso di chiudere il conto aperto presso la filiale di Padova, il Banco Ambrosiano Veneto ha replicato affermando che non è in grado di sapere, e soprattutto di impedire, le operazioni che l’Agusta – il produttore italiano di elicotteri militari a cui si riferivano le esportazioni ’98 – fa sul suo conto bancario. Ma se si intende mantenere un profilo di banca attenta all’etica e al sociale, è proprio necessario accettare l’Agusta come cliente?


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