Il Sipri, laccreditato
istituto di ricerche sulla pace di Stoccolma, ha reso note le anticipazioni sul commercio
internazionale di armamenti nel 2000. Il volume dei trasferimenti mondiali di
grandi sistemi darma continua a decrescere. Nel 2000 ammonta a 15.333 milioni di
dollari (espressi in valuta costante 1990), rispetto ai 20.854 milioni del 1999, segnando
un calo del 26%. Il valore globale nel decennio 1991-2000 si assesta attorno ai 22
milioni di dollari, circa la metà di quello raggiunto nei primi anni 80, quelli
del boom del commercio di materiale bellico.
Nel 2000 primi esportatori di armi restano gli Stati Uniti,
con 49.271 milioni di dollari, equivalenti al 47% del totale. La Russia,
in netta ripresa dallinizio degli anni 90, è al secondo posto con 15.690
milioni di dollari (15% del totale). Seguono Francia (10.792 milioni),
Gran Bretagna (7.026 milioni) e Germania (5.647 milioni).
Se sul versante dellofferta i dati
rispecchiano quelli degli anni precedenti, importanti novità si registrano nella domanda.
In particolare i paesi africani raddoppiano le proprie importazioni di armi,
raggiungendo i 1.002 milioni di dollari nel 2000 rispetto ai 475 del 1999. Anche le
loro spese militari aumentano del 37% in termini reali negli ultimi due anni. Continuano
comunque a trainare la domanda internazionale di armamenti, i paesi dellAsia (5666
milioni di dollari di importazioni) e del Medio Oriente (3447
milioni di dollari). I trasferimenti di armi seguono le rotte dei conflitti e delle
tensioni. Secondo il Sipri, le aree più conflittuali nel 2000 sono state Africa e
Asia. Si armano i paesi in guerra, ma anche quelli confinanti. Un altro fenomeno
recente sono i programmi di rafforzamento delle industrie militari di numerosi paesi del
Sud, favorite dalla crescente globalizzazione del commercio bellico: la diffusione di
coproduzioni transnazionali e joint ventures che collegano Nord e Sud del mondo, comporta
trasferimenti di licenze e know how, favorendo la "proliferazione
orizzontale" del mercato degli armamenti. Se i trasferimenti mondiali di armi calano,
le spese militari globali aumentano: nel 2000 raggiungono, secondo il Sipri, 798 miliardi
di dollari, circa il 2,5% del Prodotto interno lordo (Pil) mondiale.
E LITALIA?
Secondo gli analisti di Stoccolma, l'Italia
si colloca questanno al nono posto tra i principali esportatori. Ma informazioni
molto più articolate sono contenute nella relazione annuale che il governo è tenuto a
presentare al Parlamento ai sensi dellart. 5 della legge n. 185/90 e che
costituisce, per ricchezza e minuziosità dei dati, uno degli strumenti più avanzati di
trasparenza e controllo a livello europeo.
Secondo questo documento, presentato nellaprile 2001, anche
le esportazioni italiane di materiale bellico sono in calo: le autorizzazioni
rilasciate nel 2000 ammontano a 1.658 miliardi di lire rispetto ai 2.596 miliardi del
1999, con un decremento del 36%. Anche le consegne calano del 32% passando dai 1.715
miliardi di lire del 1999 ai 1.169 miliardi di questanno.
Tuttavia, come afferma lo stesso governo, "non si può
parlare di crisi del settore", sia perché lalto valore del 1999 era
imputabile a una maxicommessa di 1247 miliardi di lire verso gli Emirati Arabi Uniti
effettuata in joint venture dallitaliana Elettronica Spa e dalla francese
Thomson con lappoggio bancario di Unicredito, sia perché una serie di atti
sublegislativi hanno stornato dal computo le movimentazioni inerenti 13 coproduzioni
realizzate in ambito europeo, che coprivano nel 1998 più del 50% dellexport verso i
paesi dellEuropa occidentale, equivalenti a più di 300 miliardi di lire. In linea
generale, quindi, landamento dellexport italiano rispecchia il trend del
mercato internazionale di armi, con una media di 1.500/2.000 miliardi di lire di
esportazioni autorizzate nel 1991-2000 rispetto ai 3.000/4.000 degli anni del boom.
A CHI VENDIAMO LE NOSTRE ARMI?
I clienti di armi italiane sono nel 2000 principalmente
paesi del Sud del mondo, che coprono circa il 70% delle nostre esportazioni
autorizzate. I valori si avvicinano a quelli che caratterizzavano lItalia prima
dellapprovazione della legge n. 185/90, mentre nel 1991 i paesi Nato erano arrivati
ad assorbirne circa l80%.
La principale novità di questanno
consiste nellesplosione delle esportazioni verso lAfrica subsahariana.
Il valore globale delle autorizzazioni verso questarea ammonta, infatti, a
575 miliardi di lire, rispetto agli appena 11 miliardi del 1999. La regione, che negli
anni 90 era quasi sempre stata fanalino di coda - se si eccettuano i picchi di 91
miliardi nel 1994 (aerei da trasporto al Congo Brazzaville) e 90 miliardi nel 1996 (6
caccia Aermacchi all'Eritrea), conquista nel 2000 il primo posto.
In testa cè il Sud Africa. Secondo la ricostruzione
dellOsservatorio sul commercio delle armi (Oscar) dell'Ires Toscana, si tratta di 30
elicotteri A109 Agusta per un valore di 498 miliardi di lire. I pagamenti sono stati
effettuati tramite il Banco di Sicilia. La commessa, peraltro, è stata ampiamente
pubblicizzata da riviste militare e dallufficio stampa della stessa Agusta. Il
contratto recepisce le caratteristiche delle nuove forme di coproduzione internazionale
che collegano paesi del Nord del mondo con quelli del Sud, segno della metamorfosi del
mercato degli armamenti nel contesto postbipolare e nellera della globalizzazione.
Innanzi tutto il memorandum dintesa prevede che gli elicotteri siano prodotti in joint
venture con la Denel, la principale industria aeronautica sudafricana, erede della
Atlas Aircraft che al tempo del regime dell'apartheid costruì su licenza i Macchi MB326.
Alla Denel è stata concessa, secondo una rivista specializzata, anche la licenza di
produzione dellelicottero monoturbina A119 Koala in Africa e in altri paesi. Inoltre
laccordo, come in molti altri casi, contempla forme di offset, ovvero di
compensazione. Laccordo tra Italia e Sud Africa prevede che linvestimento nel
settore della difesa sia affiancato da uno a fini civili pari al 50% del valore di quello
militare, aprendo la strada a iniziative italiane nel settore tessile, delloro,
della biomedicina e delle ceramiche. Alcuni membri del governo sudafricano hanno
sottolineato le potenzialità occupazionali di questaccordo, ma altri hanno espresso
perplessità: il ministro delle Finanze si era opposto alla maxicommessa da 5 miliardi e
mezzo di dollari per ammodernare la difesa nazionale di cui fanno parte - assieme a
sistemi britannici, tedeschi e svedesi - gli elicotteri Augusta, perché avrebbe
aumentato il bilancio della difesa dall1,5% all1,8% del Pil.
È rientrata tra i grandi clienti italiani anche la Nigeria che
con 76 miliardi di lire di esportazioni autorizzate, si piazza al sesto posto tra gli
importatori di armi italiane. Sempre secondo lOscar, le due commesse sono state
ottenute dallOtoBreda (gruppo Finmeccanica) per la vendita di obici semoventi 55/41
Palmaria, accessori e assistenza tecnica, con l'appoggio bancario del Credito Italiano. Si
tratta in sostanza del seguito delle operazioni effettuate nei primi anni '90 con l'allora
regime militare. L'attuale ripresa viene giustificata anche dal venir meno della condanna
per violazione dei diritti umani dichiarata dal Consiglio dei Ministri dellUnione
Europea (la 95/515/CFSP), in seguito allelezione del nuovo governo civile nel
febbraio 1999.
In Africa centrale arrivano nel 2000 anche piccole forniture al Ghana
(466 milioni di lire) e al Niger (pistole mitragliatrici Beretta per 4 milioni).
Alla Mauritania sono andati i velivoli SF260 prodotti dallAermacchi per 7
miliardi.
Alcuni cenni meritano le esportazioni italiane in
Estremo e in Medio Oriente.
Tra i clienti asiatici spiccano questanno India e Pakistan.
La prima, cui vanno ben 149 miliardi di nuove autorizzazioni, importa prevalentemente armi
leggere e munizionamento da Simmel Difesa con lappoggio della Banca Commerciale
Italiana e del Credito Italiano. Il governo di Islamabad si colloca invece al primo posto
tra i destinatari di esportazioni effettivamente realizzate (110 miliardi). Queste si
riferiscono, tra le altre, a 22 radar M3 della Fiar, da installare sui caccia Mirage IIIE
di fabbricazione francese, in grado, secondo gli esperti, di trasportare bombe nucleari.
MA LA TURCHIA NON VIOLA I DIRITTI UMANI?
Nellarea mediorientale, torna, come primo
e tradizionale acquirente di armi italiane la Turchia, con 88 miliardi di nuove
autorizzazioni, prevalentemente riconducibili ad elicotteri AB412, relativi accessori e
ricambi esportati dallAgusta con lappoggio bancario del Credit Agricole
Indosuez. LItalia riarma anche la Grecia (che assorbe 63 miliardi di nuove
autorizzazioni) esportando licenze di costruzione per navi da guerra prodotte da
Fincantieri e parti di ricambio per elicotteri AB212ABSW dellAgusta. Anche se per
valori non molto alti sono state esportate armi a paesi tristemente noti per conflitti
interni e regionali: nel 2000 allAlgeria sono state autorizzate esportazioni
di armi per 9 miliardi di lire ed effettuate consegne per 14 miliardi. Israele ha
importato materiale bellico per 119 milioni di lire, a fronte dei 12 miliardi di consegne
dellanno passato, di cui non si rintraccia autorizzazione.
La legge n. 185/90 sulla trasparenza e il controllo
del commercio di materiale di armamento vieta allart.1.6 di esportare armi a
paesi in via di sviluppo che, ricevendo dallItalia aiuti connessi alla
cooperazione internazionale, destinino al proprio bilancio militare risorse eccedenti le
esigenze di difesa del paese, a paesi in stato di conflitto e a paesi i cui governi siano
responsabili di gravi violazioni dei diritti umani.
Le esportazioni di armi italiane verso paesi poverissimi, come
la Mauritania, con una spesa militare del 2,3% e uno dei peggiori
rapporti tra debito estero e Pil (243%), possono violare il primo divieto, quelle verso
India e Pakistan, che il Sipri, in ragione degli scontri sui confini del Kashmir e
dellalta tensione nucleare, ha classificato come in stato di conflitto, col
secondo
Le norme che subordinano le esportazioni italiane di armi ad una
politica estera orientata alla pace, alla prevenzione dei conflitti, alla promozione dei
diritti umani e allo sviluppo sono contenuti nella legge n.185/90. La relazione annuale
dà ai cittadini la possibilità di operare scelte etiche di risparmio e investimento, e
al Parlamento il potere di indirizzo e di controllo in questo delicato settore. La
campagna Banche armate ha già ottenuto un risultato: la scelta di Unicredito di non
finanziare più le esportazioni di armi. È auspicabile che il legislativo si doti
degli strumenti per interpretare la relazione, si riappropri così del potere
conferitogli dalla normativa e si adoperi per una più rigorosa applicazione della
legge.
CHIARA BONAIUTI
Osservatorio sul commercio delle armi (Oscar) dell'Ires Toscana