Campagna "banche armate"
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Campagna: le "banche armate"

LE GIUSTIFICAZIONI DELLE "BANCHE ARMATE"
di Francesco Terreri

   Presentiamo una dettagliata analisi di F. Terreri, di AltrEconomia, delle risposte inviate dalle banche coinvolte nelle esportazioni italiane di armi agli aderenti alla Campagna “banche armate” promossa da Pax Christi, Nigrizia e Missione Oggi.

Qualche timido accenno ad un impegno per limitare l’operatività nel settore (Monte dei Paschi di Siena). Qualche banca non presente nella lista del Ministero del Tesoro che pure risponde con attenzione (Popolare dell’Alto Adige, Banca Bovio-Calderari). Per il resto, ai numerosi risparmiatori che – aderendo alla campagna promossa da Pax Christi, Nigrizia e Missione Oggi – stanno scrivendo alle proprie banche per chiedere conto delle informazioni tratte dalle relazioni governative al Parlamento e diffuse dalle riviste dei promotori della campagna, le banche coinvolte con le esportazioni italiane di armi replicano senza aprire un vero dialogo sulle motivazioni della protesta, ma puntando a minimizzare e, in qualche caso, a giustificare. Naturalmente tutte precisano che si tratta di operazioni “legittime e autorizzate”: e ci mancherebbe altro! Alcuni degli argomenti usati sono reali, ma non necessariamente modificano la situazione dal punto di vista etico. Altri sono – francamente – equivoci.

“Siamo soggetti passivi”
Partiamo dagli argomenti che puntano a minimizzare basandosi su elementi reali. La risposta più frequente delle banche ai risparmiatori è quella del “ruolo passivo”: “siamo soggetti passivi per le transazioni” (Banco Ambrosiano Veneto); “figuriamo nell’elenco… come soggetto finanziario ‘passivo’, essendo un Istituto verso il quale sono canalizzati dall’estero bonifici a favore di aziende italiane, legalmente autorizzate alla produzione di armi” (Cassa di Risparmio di Firenze); “la natura degli interventi è tecnica, riguardando prevalentemente la negoziazione di flussi di intermediazione” (Monte dei Paschi di Siena); “ci limitiamo a fornire servizi accessori o a gestire il regolamento di negoziazioni commerciali già perfezionate fra le parti e sulle quali non si può in alcun modo intervenire” (Banca Nazionale del Lavoro). In sostanza, gli istituti di credito affermano di essere solo banche d’appoggio per transazioni commerciali tra aziende, e non finanziatori. Nella relazione del Tesoro la natura delle operazioni bancarie non viene precisata, tuttavia la tesi delle banche è plausibile: la maggior parte delle operazioni sono bonifici degli acquirenti sul conto degli esportatori.
Che questo, sul piano etico, comporti una responsabilità minore è materia di discussione. Ma non va sottovalutato un altro aspetto: quando un cliente importante – e le industrie militari lo sono – ha un conto presso una banca, esso ha anche fidi e linee di credito a disposizione. Questo vale soprattutto per quelle operazioni che si prolungano per anni: quando le Filippine pagano gli aerei Siai-Marchetti “a rate” tra il 1992 e il 1998, è difficile che la Cariplo (Banca Intesa) non abbia sostenuto finanziariamente l’azienda esportatrice; come è improbabile che l’Aermacchi si limiti ad incassare i pagamenti dall’Eritrea per i suoi caccia senza una copertura creditizia da parte della “banca d’appoggio” San Paolo di Torino. E situazioni simili sono quelle di Bnl con l’India – un contratto del ’92 – o del Monte dei Paschi con il Pakistan – i radar Fiar del ’97.

“Non finanziamo l’export di armi”
Non si può che prendere atto, poi, della risposta che danno alcuni istituti di credito, come Cariverona, Rolo Banca o la trentina Caritro, chiamati in causa come parte di un gruppo bancario – in tutti questi casi Unicredito, nettamente in testa nelle operazioni sull’export di armi ’99 – ma non citati esplicitamente nella Relazione del governo. “Posso assicurare che da parte di questa Cassa non vi è stato mai e non è in essere alcun finanziamento in favore di imprese coinvolte nell’export di armi” afferma ad esempio il direttore generale di Cariverona. In effetti nel gruppo Unicredito chi tradizionalmente segue il settore militare è il Credito Italiano. Tuttavia occhio agli azionisti del gruppo: tra i soci principali di Unicredito Italiano spa figura per esempio la Fondazione Cassa di Risparmio Verona, Vicenza, Belluno e Ancona, che non è la banca ma esprime gli interessi che hanno portato Cariverona in Unicredito. Come principale azionista del gruppo - controlla il 16,8% del capitale - la Fondazione è responsabile degli indirizzi generali di Unicredito. Compresi quelli sugli affari militari.

“Non sono armi, ma prodotti di alta tecnologia”
La Banca Popolare di Bergamo-Credito Varesino, nella sua risposta ai clienti che hanno chiesto chiarezza circa il coinvolgimento nell’export di armi, gioca invece su un equivoco: “vi precisiamo che fra le operazioni autorizzate sono comprese… le esportazioni di prodotti ad alta tecnologia verso i paesi Nato”. Si tratta – tra l’altro – dello stesso tipo di risposta già dato dall’istituto di Bergamo nel 1995, quando vennero fuori i primi dati sulle “banche armate”, ad alcuni soci di Amandla, la locale bottega del commercio equo e solidale. Allora come oggi la Popolare di Bergamo fa (inconsapevolmente?) confusione. Il documento del governo da cui sono tratti i dati comprende infatti anche la relazione del Ministero del commercio estero sulle esportazioni di prodotti ad alta tecnologia “a doppio uso” civile-militare, regolamentate fino al 1997 dalla legge 222 del ’92 e oggi dal decreto legislativo n. 89 del ’97 che recepisce la normativa europea in materia. Su di esse però, purtroppo, non ci sono molti dettagli. Al contrario, le operazioni bancarie citate nella relazione del Ministero del Tesoro e diffuse dai promotori della Campagna sono collegate solo alla legge 185 sul controllo dell’export di armi, in cui, tra l’altro, la definizione di “arma” è molto restrittiva. Dunque non c’è dubbio che di sistemi d’arma si tratta, e non di generici “prodotti ad alta tecnologia”.
Per quanto riguarda la destinazione Nato, dipende dagli anni. Nel 1999 i clienti delle operazioni “appoggiate” sulla banca bergamasca sono effettivamente Gran Bretagna e Stati Uniti. Ma nel ’98, tra i destinatari, c’è anche Singapore, un porto di mare in molti sensi. E nel 1993, ultimo dato precedente in cui siano disponibili questi dettagli, le armi vendute e pagate attraverso la Popolare di Bergamo andavano in Arabia Saudita, Oman, Brasile che non sono paesi Nato.

“Sono armi non offensive”
Una variante degli argomenti della Popolare bergamasca è contenuta nella risposta della Cassa di Risparmio di Imola, coinvolta perché recentemente acquisita dalla Banca Popolare di Lodi. La Bipielle è stata nella lista fino al 1998 per operazioni dell’Agusta, la costruttrice nazionale di elicotteri, con la Gran Bretagna, in particolare per la coproduzione con la Westland del nuovo elicottero navale Eh-101. La risposta della banca di Imola mette l’accento sulla “tipologia di strumenti prodotti dalle società oggetto di finanziamento”: “tali attrezzature, pur rivestendo una connotazione di natura militare, vengono sempre più utilizzate per ‘missioni di pace’ o per operazioni di salvataggio, svolgendo un ruolo non ‘offensivo’ ma di grande ed insostituibile utilità sociale” (la lettera della banca è stata pubblicata da Nigrizia di luglio/agosto). Qui l’argomento del “doppio uso” anche civile è riferito agli stessi mezzi militari. Tuttavia dovremmo fidarci dei governi acquirenti: se la Gran Bretagna utilizzerà questi elicotteri per salvare persone, potremo metterci in pace la coscienza; se invece questi mezzi parteciperanno alla guerra del Kossovo, o peggio saranno venduti all’Indonesia – è una delle controversie in corso a Londra attualmente sull’export bellico – l’“utilità sociale” lascerà alquanto a desiderare.
Ancora più azzardata in tal senso la tesi del Banco Ambrosiano Veneto, il cui responsabile del servizio Enti religiosi, Giuseppe Sormani, ha rilasciato delle dichiarazioni al settimanale della diocesi di Venezia Gente Veneta. In esse, dopo aver lamentato l’“attacco” a cui sarebbe sottoposta la banca, Sormani sostiene che l’Agusta, cliente anche dell’Ambroveneto ed esportatrice di parti di ricambio di elicotteri militari in Turchia e Perù – ma erano solo “ruote per i carrelli degli elicotteri e guarnizioni per le ruote” – “ha l’80% del suo fatturato in ambito civile”. Peccato che Finmeccanica, che controlla Agusta, abbia fornito, in occasione del recente collocamento di azioni sul mercato, le cifre del business per settori. In quello degli elicotteri, il 71% dei ricavi viene dal militare. Allora è più limpido l’argomento della già citata Cassa di Risparmio di Imola che, a prescindere dalla percentuale di civile o militare nella produzione, ritiene che non si debba “sottovalutare l’impatto sociale negativo che l’assenza di risorse finanziarie provocherebbe alle famiglie dei numerosi lavoratori che operano nelle imprese del settore”. Vecchio argomento giustificazionista, che però coglie un problema reale.

LE BUGIE E I SILENZI
Qualcuno infine la spara grossa. La Bnl, dopo aver ricordato la legittimità delle operazioni e le regolari autorizzazioni ricevute, scrive nelle risposte che “tutte le operazioni in questione sono riconducibili a regolari procedure di approvvigionamento di armamenti disposte da governi di stati sovrani per necessità istituzionali e di difesa del proprio territorio; esigenze pertanto finalizzate a garantire la pace fra gli stati e la sicurezza dei cittadini”. Questa sorta di assoluzione generalizzata delle intenzioni degli acquirenti copre, nel solo 1999 – tra gli altri – i governi dell’Algeria, del Brasile, delle Filippine, dell’India e del Pakistan, della Thailandia, della Turchia, nonché il Sultano del Brunei, tutti clienti Bnl. Più preoccupante di questa visione naïve della situazione dei diritti umani nel mondo è solo il silenzio dei colossi del credito, in testa alla lista delle “banche armate”: Credito Italiano-Unicredito, Comit-Banca Intesa e San Paolo-Imi.

Francesco Terreri

ESTENDIAMO LA CAMPAGNA ANCHE ALLE BANCHE NON ARMATE

La Rete di Lilliput dell’Alto Adige ha inviato la lettera su banche e armi a tutti gli istituti di credito operanti in provincia, presenti e non presenti nel rapporto del Ministero del Tesoro, per “analizzare la sensibilità del mondo bancario al tema del contenuto etico del risparmio”. Alcune risposte sono arrivate da banche non coinvolte nell’export di armi. La Banca Popolare dell’Alto Adige, ad esempio, assicura i propri clienti del fatto che i loro depositi “non alimentano indirettamente il mercato delle armi” e dichiara il proprio impegno “a non concorrere neanche in futuro in tali attività”. La Banca Bovio-Calderari, del gruppo Banca Sella – anch’esso non presente nelle relazioni governative – afferma la propria sensibilità in materia e ricorda un’iniziativa “etica” del gruppo: il fondo d’investimento Nordfondo Etico, in cui parte delle sottoscrizioni dei risparmiatori vengono devoluti in iniziative benefiche (Unicef, Gruppo Abele, Ai.Bi.). Sono queste le banche “non armate” a cui affidarsi in alternativa a quelle della lista?
Di per sé la relazione del Ministero del Tesoro non esaurisce i possibili legami tra mondo bancario e produzione di armi. Si può fare credito a imprese del settore militare senza essere necessariamente banca d’appoggio per le esportazioni. Tuttavia la sollecitazione nella risposta, anche se non si è coinvolti, e l’impegno che si prende pubblicamente di non partecipare a certe attività sono assunzioni di responsabilità che è importante valorizzare.
 Dunque primo suggerimento: ad una banca non presente nella lista sull’export chiedete un impegno pubblico. Se lo prende, ha comunque fatto un gesto significativo. Meno decisive per la valutazione sono le iniziative “etiche” con carattere di beneficenza: quelle le troviamo dappertutto. Secondo suggerimento: guardare se tali iniziative costituiscono, di fatto e al di là delle dichiarazioni, un contributo alla redistribuzione del credito a favore dell’economia sociale e delle fasce più povere della popolazione. Almeno una banca di questo tipo, comunque, da un anno e mezzo c’è anche in Italia: è la Banca Popolare Etica.

Francesco Terreri

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