Maggio 2002
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ABBIAMO SCOPERTO CHE LA DEBOLEZZA
E' GRAZIA PER LA MISSIONE

MEO ELIA

Continua la rubrica iniziata in febbraio con l’articolo "La missione non chiede solo aggiornamenti pastorali" e in aprile "Stiamo attenti al come della missione".

  La triplice conversione che la missione sta vivendo (il decentramento dall’io a Dio, la riscoperta dell’altro, la considerazione del contesto) ha un presupposto fondamentale, il riconoscerci – come chiesa, come cristiani – limitati, incompiuti, parziali, perciò bisognosi degli altri: non solo di Dio, ma anche della fede dei credenti di altre religioni, degli apporti delle altre culture, dell’umanità degli altri fratelli e sorelle, delle provocazioni di tutto quanto è altro da noi.
   A spingerti verso l’altro non è la tua pienezza, la tua sicurezza, la presunzione del tuo "possesso" della verità; ma la percezione della tua povertà e della tua debolezza, il bisogno del frammento di verità che l’altro può donarti. "Dio è sempre di più", diceva s. Agostino. "Siamo mendicanti. Questa è la verità", sono le ultime parole di Lutero.   Solo a partire da questo spirito puoi offrire all’altro quel Vangelo che tu stesso hai ricevuto. Lo offri con coraggio, perché sai che è Parola di vita, ma anche con pudore, arrossendo: non solo perché non è cosa tua, ma anche perché sai quanta parte del tuo cuore e dei tuoi comportamenti gli è ancora refrattaria. Nulla è così contrario alla missione quanto la presunzione di una chiesa o di cristiani che si ritengono autosufficienti, completi, sazi di verità, garantiti dagli smarrimenti, senza necessità di cercare, non più bisognosi di salvezza, mentre tutto il resto del mondo sperimenta insicurezza e vive nel rischio di fallimenti. Agli inizi del novecento, un noto predicatore degli Usa, Moody, riassumeva la sua visione di missione in questi termini: "Il mondo assomiglia a una nave che sta affondando. Dio mi ha detto: Moody, salva chi puoi". La chiesa appare come un transatlantico che solca i mari dell’avventura umana senza incertezze, garantito, non toccato dalla comune debolezza. Il Vangelo, invece, ci presenta una visione diversa: anche la barca dei discepoli è esposta alla violenza del vento "tanto che stava per essere sommersa dalle onde". Anche quelli dentro la barca vivono il rischio di perire e gridano "Signore, salvaci, siamo perduti" (Mt 8, 23-25). Proprio nello smarrimento di fronte al tumultuare delle onde, in compagnia con tutti, fanno esperienza della presenza amica e liberatrice del Signore Gesù. È questa presenza che dobbiamo annunciare.
   Questa è la missione. L’ultimo decennio ci ha fatto constatare, in tutti i continenti, come essa si svolga sempre più "nella debolezza". "Abbiamo scoperto – osserva mons. Teissier in Algeria – che la debolezza è grazia per la missione". Forse proprio da qui è chiamato a prendere l’avvio il discernimento sul come della missione per il nostro tempo.

MEO ELIA 
© MISSIONE OGGI