ABBIAMO SCOPERTO CHE LA DEBOLEZZA
E' GRAZIA PER LA MISSIONE
MEO
ELIA
Continua la rubrica iniziata in febbraio con larticolo "La missione non
chiede solo aggiornamenti pastorali" e in aprile
"Stiamo attenti al come della missione".
La
triplice conversione che la missione sta vivendo (il decentramento dallio a Dio, la
riscoperta dellaltro, la considerazione del contesto) ha un presupposto
fondamentale, il riconoscerci come chiesa, come cristiani limitati,
incompiuti, parziali, perciò bisognosi degli altri: non solo di Dio, ma anche
della fede dei credenti di altre religioni, degli apporti delle altre culture,
dellumanità degli altri fratelli e sorelle, delle provocazioni di tutto quanto è
altro da noi.
A spingerti verso laltro non è la tua pienezza, la tua
sicurezza, la presunzione del tuo "possesso" della verità; ma la percezione
della tua povertà e della tua debolezza, il bisogno del frammento di verità che
laltro può donarti. "Dio è sempre di più", diceva s. Agostino.
"Siamo mendicanti. Questa è la verità", sono le ultime parole di Lutero.
Solo a partire da questo spirito puoi offrire allaltro quel Vangelo che tu
stesso hai ricevuto. Lo offri con coraggio, perché sai che è Parola di vita, ma anche
con pudore, arrossendo: non solo perché non è cosa tua, ma anche perché sai quanta
parte del tuo cuore e dei tuoi comportamenti gli è ancora refrattaria. Nulla è così
contrario alla missione quanto la presunzione di una chiesa o di cristiani che si
ritengono autosufficienti, completi, sazi di verità, garantiti dagli smarrimenti, senza
necessità di cercare, non più bisognosi di salvezza, mentre tutto il resto del mondo
sperimenta insicurezza e vive nel rischio di fallimenti. Agli inizi del novecento, un noto
predicatore degli Usa, Moody, riassumeva la sua visione di missione in questi
termini: "Il mondo assomiglia a una nave che sta affondando. Dio mi ha detto: Moody,
salva chi puoi". La chiesa appare come un transatlantico che solca i mari
dellavventura umana senza incertezze, garantito, non toccato dalla comune debolezza.
Il Vangelo, invece, ci presenta una visione diversa: anche la barca dei discepoli
è esposta alla violenza del vento "tanto che stava per essere sommersa dalle
onde". Anche quelli dentro la barca vivono il rischio di perire e gridano
"Signore, salvaci, siamo perduti" (Mt 8, 23-25). Proprio nello smarrimento di
fronte al tumultuare delle onde, in compagnia con tutti, fanno esperienza della presenza
amica e liberatrice del Signore Gesù. È questa presenza che dobbiamo annunciare.
Questa è la missione. Lultimo decennio ci ha fatto constatare, in
tutti i continenti, come essa si svolga sempre più "nella debolezza". "Abbiamo
scoperto osserva mons. Teissier in Algeria che la debolezza è grazia per la
missione". Forse proprio da qui è chiamato a prendere lavvio il discernimento
sul come della missione per il nostro tempo.
MEO ELIA
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