mensile dei missionari saveriani |
Maggio 2005 |
| PER UNA PARROCCHIA MISSIONARIA: DI LUCIANO MEDDI
Siamo tutti consapevoli che la chiesa deve cambiare alcuni aspetti dell'organizzazione della sua vita se vuole aiutare il vangelo a diffondersi nella nostra cultura. Si intende riassumere questa nuova situazione con la frase “tornare a essere missionari”. Il rapporto tra missione e parrocchia si realizza in molti modi. tra questi c'è la convinzione che il tradizionale modo di formare i cristiani non sia più adeguato. soprattutto non sia adeguato il momento iniziale, quello dedicato all'accoglienza del desiderio di essere discepoli di cristo. Questo momento viene chiamato iniziazione. La Chiesa italiana, per ripensare l'organizzazione di questo momento della pastorale, ha compiuto una lunga riflessione tra il 1997 e il 2003 e ultimamente ha proposto alcune indicazioni. È impressione comune che tra la ricerca di un volto nuovo della parrocchia e il rinnovamento dell'iniziazione cristiana dei ragazzi ci sia una circolarità e reciprocità. Una sostiene il cambiamento dell'altra. MISSIONE E REALTÀ CULTURALE Il recupero del termine “missione” nella riflessione della Chiesa italiana nasce nella seconda metà degli anni '80. A distanza di tempo si sente ancora il bisogno di chiarire, tuttavia, cosa intendere con tale termine. La nostra situazione non è uguale a quei Paesi, dove non si conosce Gesù Cristo. La missione non è neppure pensabile come semplice azione per il recupero di coloro che si sono allontanati. La missione, infatti, è annuncio del Regno e tale annuncio è strettamente collegato con il servizio alla promozione dell'uomo. Esistono dunque una serie di incertezze sull'uso di questo termine. Incertezze che rendono “equivoco” anche l'agire pastorale. Permane inoltre l'impressione che sarebbe più utile continuare a utilizzare il termine “evangelizzazione” per esprimere il contenuto dell'azione missionaria. Ci troviamo di fronte a una situazione di modernità e post-modernità. In modo particolare si deve mettere in evidenza l'emergere della soggettività come fonte della decisione, ma anche dell'elaborazione del senso e dell'interpretazione dei significati. L'interpretazione del reale, poi, non avviene più come applicazione alla realtà di principi stabiliti in senso generale. La produzione di senso avviene dal “basso”, cioè appare “sensato” ciò che appare come soluzione ai problemi dell'uomo reale e si comprende a partire dalla dimensione antropologica. Iniziare, quindi, non può essere inteso come semplice azione di trasmissione dei simboli religiosi da una generazione all'altra. GENERARE DISCEPOLI: COMPITO DELLA CHIESA L'iniziazione va ripensata all'interno della missione della Chiesa che è l'evangelizzazione del Regno di Dio. Nelle comunità, tuttavia, non sembra ben presente questa coscienza. Si preferisce impostare la parrocchia ancora in termini di “assicurare” a ciascun battezzato la salvezza individuale. Questa, inoltre, viene descritta solamente come vita dopo la morte o come perdono dei peccati. Iniziazione, sacramento e salvezza personale vengono a coincidere. In questo modello, non c'è bisogno di un cambio di vita della comunità e dell'iniziazione cristiana, perché i sacramenti vengono sempre dati e a tutti. Occorre quindi fare attenzione a come viene intesa la “crisi dell'iniziazione cristiana”. La crisi esiste, ma non riguarda l'amministrazione dei sacramenti. Riguarda il tema della formazione, della rilevanza e quindi dell'inculturazione della fede. Ci accorgiamo che diminuisce la loro richiesta. Ma il problema maggiore da affrontare in questa riorganizzazione pastorale è che diminuisce la qualità della vita della comunità e l'incisività nella vita quotidiana. Tenendo presente l'esperienza missionaria ad gentes, è necessario sottolineare che il tema dell'iniziazione va collegato con lo sviluppo dei credenti in una Chiesa locale e quindi con la qualità della vita cristiana. Proprio per questo l'accento va messo sul problema culturale. UN ITINERARIO POSSIBILE In futuro abbiamo bisogno di un modello che, mentre mantiene il carattere di socializzazione tipico dei Paesi di antica cristianità, sappia dare sviluppo anche per l'Italia al momento decisionale di ciascun ragazzo, come avviene nel catecumenato degli adulti e come la missione ad gentes ha insegnato. Ne potrebbe emergere un modello più evangelizzante e personale. Si dovrebbe ripensare il battesimo dei bambini. Non si tratta di negarlo, ma di ridistribuirlo secondo il cammino di fede dei genitori. Dopo il rito dell'accoglienza ed esorcismo, potrebbe esserci l'iscrizione al libro parrocchiale dei catecumeni e quindi iniziare un catecumenato familiare. La celebrazione del rito battesimale si potrebbe concludere al primo anno di catechesi dei fanciulli. Seguirebbe un secondo momento formativo inteso come vera socializzazione cristiana. Qui si rende necessario un forte coinvolgimento dei genitori, cioè catechesi familiare vera. Ma anche un impegno della parrocchia per realizzare lo sviluppo dell'appartenenza e inserimento nella comunità. Questo può continuare a essere vissuto attraverso il segno dell'eucaristia. Questo esige il passaggio dalla catechesi “in forma di scuola” al modello del gruppo catecumenale. Ma occorre un cambiamento nella catechesi dei ragazzi, che un sacramento sia vissuto davvero come iniziazione. Il tempo più adatto all'iniziazione è l'adolescenza. In tutte le pratiche formative, l'iniziazione avviene e accompagna l'età adolescenziale. È necessario inoltre che gli itinerari siano organizzati in modo nuovo, cioè per obiettivi e non per età anagrafica, verificati nella vita concreta, perseguiti avendo forte attenzione al processo evolutivo, che in essi si rilegga il Vangelo come senso e progetto di vita, che i cammini avvengano all'interno di realtà di comunità giovanili, ricche di animatori e testimoni giovani e adulti. LA TRASFORMAZIONE DELLA PARROCCHIA Sono possibili questi obiettivi senza modificare la parrocchia? Assolutamente no. Il consenso diminuisce, quando si descrivono gli elementi del rinnovamento pastorale. Cosa modificare? Innanzitutto occorre ripensare gli scopi dell'azione pastorale parrocchiale. Se desideriamo una pastorale missionaria, occorre prendere coscienza che essa nasce dalla decisione di mettersi al servizio dei bisogni di salvezza che sono presenti nel proprio territorio. Questo avviene, se il consiglio parrocchiale impara l'arte del discernimento e della lettura dei segni dei tempi. Da questa scelta nasce un' immagine nuova di parrocchia . La comunità parrocchiale non può più pensarsi solamente come un santuario. Ma neanche solo come insieme di gruppi e di attività. Essa deve essere soprattutto fraternità che a cerchi concentrici propongono la rinnovata adesione al Vangelo anche ad altri. Non sarà possibile tale rinnovamento, se le comunità non avranno il coraggio di riprogettare la comunicazione. Innanzitutto quella liturgica e simbolica; poi quella del modello decisionale; del rapporto con altre agenzie sociali. Occorre rivedere la qualità dei rapporti interpersonali che rende possibile la preghiera e la spiritualità. Punto difficile sarà il discernimento sui veri “alleati” del Regno. Tutto questo porterà alla ristrutturazione della missione, nella liturgia e nella vita comunitaria. Da questa decisione di rinnovamento interiore e di sviluppo della qualità della vita cristiana nei suoi obiettivi e prassi comunicative può scaturire anche una nuova capacità di annuncio. La nuova evangelizzazione (che nei nostri contesti “post-cristiani” descrive bene il contenuto della missione – cf. RM 33) non è solo questione di coraggio nella testimonianza. Non è solo questione di “uscire dal tempio”. Il nostro è un tempo di crisi di significati e proprio per questo il maggiore impegno delle parrocchie sarà nella questione del rapporto con la cultura per realizzare un annuncio nuovo . Siamo consapevoli che, per far questo, occorre ritornare al kerigma di Gesù: scoprire le incarnazioni del Vangelo presenti nella cultura; ripensare i sussidi e le attività formative. Oserei dire che si deve mettere l'accento sul “kerigma di Gesù” prima o come condizione dell'annuncio del “kerigma su Gesù”. Sarà questo ritorno alla dimensione messianica ad aprirci la via di nuove inculturazioni. Si può progettare il ripensamento missionario della comunità parrocchiale senza ripensare la ministerialità? La ministerialità attuale è insufficiente. Ma non tanto di numero, quanto di tipologia e di formazione. Non possiamo continuare a pensare gli operatori pastorali nel modo attuale. In primo luogo, è necessario dare un volto diocesano ai ministeri. Ma molto di più va fatto nella formazione professionale degli operatori. Davvero, il futuro si gioca negli investimenti formativi degli operatori. LUCIANO MEDDI
UNA LAICITÀ CORRESPONSABILE DELLA MISSIONE La condizione di base per realizzare questa “conversione pastorale” è una rinnovata scelta della formazione degli adulti intesa come scelta prioritaria. Questa si sostanzia di tre grandi passaggi. La riqualificazione dei contenuti della catechesi in chiave rievangelizzante nella linea del recupero del kerigma messianico. La formazione di animatori di comunità capaci non solo di spiegare la dottrina della fede, ma soprattutto di accompagnare e sostenere la conversione e maturazione progressiva della vita cristiana. Ma il cambio pastorale più importante è l'inserimento del cammino di fede all'interno di esperienze di vita cristiana concrete. Questo può avvenire in modi diversi. I documenti ecclesiali parlano a tale proposito di diverse forme di Ceb (Comunità ecclesiale di base) o gruppi o piccole comunità. Solo in questo modo potrà esserci una vera “scuola di discepolato e comunione ecclesiale”. Tutto questo non avviene per i cristiani laici, ma con i laici. La “ridistribuzione” dei ruoli propri dei battezzati rappresenta l'impegno principale del clero nei prossimi anni. Non è solo una questione di “diritti” da recuperare. È una conseguenza della immagine di Chiesa che la cristianità contemporanea ha rielaborato. Ricentrare la comunità parrocchiale e la missione non sul soggetto clericale (il parroco, il missionario) significa valorizzare il vissuto concreto della comunità e dentro tale vissuto, i dinamismi e i carismi che lo Spirito suscita. In fondo, come agli inizi della Chiesa, la missione è laica e carismatica. |