mensile dei missionari saveriani


Maggio 2005

 

 

LETTERE IN REDAZIONE

 

Dalla Sierra Leone, p. Berton ci invita a guardare ad altri problemi, oltre a quello dei bambini soldato che ormai appartiene al passato.

SIERRA LEONE:
CHE LA VITA RIPRENDA

Per quel che riguarda la Sierra Leone, vorrei quasi dire : facciamola finita con questi ragazzi soldato. Qui non ci sono più, ci sono altri problemi da affrontare. Tra l'altro la gente vuole dimenticare e spesso mi domando se il nostro modo occidentale di volere fare giustizia serva a fare ritornare la pace fra la gente.

La gente comune, anche quella più toccata dalla guerra, donne che hanno vissuto anni nella foresta a servizio dei ribelli, escono con queste espressioni : “Non c'è altro da fare che pregare per i morti e ricostruire le case distrutte. Ci sia dato di ricominciare a vivere. La nostra vita stessa sarà una punizione per i colpevoli”. Penso che ci sia più saggezza in questo sentire, che nelle spese incalcolabili fatte per giudicare un pugno di persone. Persone che hanno distrutto prima e mangiano i soldi ora. La gente comune aspetta che la vita possa riprendere.

Tra questa gente comune ci sono non i ragazzi soldato, ma i bambini sulla strada… Anime innocenti che dormono dove alla sera cadono e si nutrono delle briciole della buona gente. E sono tanti. L'interno del Paese sente meno questa crisi. Difficilmente in un villaggio c'è l'orfano. Freetown è tutt'altra cosa. Passando dalla parte bassa della città, quella parte che tocca il mare, è facile perdere la guida della macchina attratti dalla distesa di tetti di lamiere e teloni, baracche senza pareti. Questa è Crewtown Bay.

Mi sono proposto più di una volta di entrare in quella bolgia di vite umane, ma non ne ho mai avuto il coraggio. In passato l'ho fatto, alla ricerca di qualche famigliare di gente in prigione. Il mio scopo era specifico, ma ora, che ci entro a fare se non ho nulla da proporre? Che dico a questa gente se mi domanda che cosa voglio, chi cerco? Vale la pena sollevare delle speranze se già in partenza l'unica cosa che porto con me è la compassione e la rabbia di non poter fare nulla?

Mariatu mi è venuta a trovare. Piegata in due. “Batti la strada?”, le ho chiesto. “No”, mi ha risposto. “Ho due bambini da mantenere”. Solo l'ospedale l'ha salvata e lo sapeva bene il pericolo che correva, perché una sua amica era morta. Me l'aveva detto lei stessa. Come era ridotta… Coincidenza. Ritrovo la sua cartella di qualche anno fa, quando ci venne consegnata dopo il processo di smobilitazione. La cartella diceva: “Alta. Con un fisico quasi maschile”. La ricordo proprio così. E ora? Speriamo che ce la faccia…perché il programma d'assistenza e di ritorno in società è stato chiuso. Quante Mariatu ci sono in giro tentate dai 10mila leoni, un qualche cosa che solo un buon salario può permettere? C'è da domandarsi: “Quanti buoni salari corrono da queste parti? Chi mai può permettersi tanto?”. Non saranno gli stessi che organizzano i programmi di prevenzione e di aiuto?

E così la vita diventa una contraddizione permanente. “Quante buche per la strada e siamo in piena città”. “Le sentiamo noi, perché viaggiamo in auto.

A sinistra della strada, palazzi enormi si arrampicano sulla collina. Una barriera di cemento armato. Ti fa pensare che siano soldi della guerra. Ma c'è chi che con la guerra ha perso tutto e ora si trova a vivere con la famiglia di 16 persone in una sola stanza.

Questi e tanti come questi sono i problemi d'oggi. Il resto, anche se di recente memoria, per questa gente che non sa come arrivare a sera, che ha i figli sparsi dappertutto perché non saprebbe come farli sopravvivere, che non può trovare assistenza per la moglie che sta per partorire. Il resto, la Corte stessa, fa tutto parte di un mondo che non le interessa più.

p. BEPI BERTON
Freetown (Sierra Leone)

IN MEMORIA
DI GIOVANNI PAOLO II

C ari fratelli di Missione Oggi , vorrei presentarvi le mie condoglianze. Infatti l'umanità ha perso l'uomo della pace. Nella sua vita Giovanni Paolo II non aveva mai cessato di predicare la pace e la riconciliazione tra i popoli e aveva messo il suo pontificato sotto il segno del dialogo, lavorando senza stancarsi per rinsaldare i legami della fraternità fra i membri delle tre religioni del Libro. Era convinto che i popoli del Libro sono fratelli in Dio e l'umanità ha bisogno di questa fraternità . Davanti a un'assemblea sconvolta (1985 in Marocco), dichiarò: “Siamo tutti figli di Abramo e adoriamo lo stesso Dio”.

Vi rivolgo, miei fratelli cristiani, le mie condoglianze sincere e unisco le mie preghiere in questi giorni di lutto. “A Dio apparteniamo e a Lui noi ritorneremo” (Corano 155-157).

ELOUAFI NEZHA
Brescia


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