mensile dei missionari saveriani


Maggio 2005

 

IL MALE OSCURO DEI GIOVANI GIAPPONESI

DI RENATO FILIPPINI

“Persona che si rifiuta di andare a scuola o al lavoro, resta chiusa in casa per oltre sei mesi”. Questa è la definizione di hikikomori o “ritirato sociale”. Nel 2003 il ministero della Sanità giapponese ha condotto un'inchiesta sui “ritirati sociali”, pubblicando poi i risultati sul quotidiano Yomiuri . Una persona su tre, dai trent'anni in su, è un ritirato sociale; una persona su quattro ha fatto tale esperienza per almeno un anno. E il fenomeno si sta diffondendo sempre più nelle fasce dell'età adulta. Nella maggior parte dei casi, tende a protrarsi per diversi anni.

Sempre nel 2003, per due mesi con cadenza settimanale, alla tv nazionale è andato in onda il programma “Sos del cuore dei giovani” condotto dallo psicologo Tamaki Saito, esperto della realtà giovanile. Il professor Saito ha presentato i giovani di oggi aventi due tendenze: “hikikomori” e “in ricerca di sé, della propria immagine ”. Un giovane “hikikomori” non ha praticamente alcun contatto con la società e dunque nessuna relazione. Dato che trascorre tutto il tempo nella propria stanza, il nuovo partner diventa il computer, internet. Il ragazzo/a partecipa a conversazioni in tempo reale, ma senza una faccia da guardare.

Spesso occasione di hikikomori è stato ijime (altro fenomeno molto diffuso, a causa del quale 130mila studenti dalle elementari alle superiori smettono di andare a scuola), cioè la presa in giro, le molestie da parte dei compagni che hanno portano la vittima a ritirasi in se stesso, ad avere un comportamento ossessivo. Sempre secondo lo psicologo Saito, attualmente ci sarebbero un milione di hikikomori .

Il ritiro sociale avviene anche in età adulta, quando si registrano i primi insuccessi sul lavoro e sul piano delle relazioni umane. Si può dire che una generazione di giovani giapponesi si è completamente ritirata perché incapace di mantenere il ritmo di vita che questa società altamente competitiva richiede. Senza raggiungere l'estremo dell'isolamento sociale, una reazione al sistema economico del posto di lavoro a vita è quella dei “frita ”, cioè dei ragazzi/e fra i 15 e i 34 anni che non hanno un'occupazione fissa, ma saltuaria e mutevole. Secondo i dati del 1997, in Giappone ce ne erano più di un milione e mezzo. Recentemente poi si è sviluppato il fenomeno dei lavoratori a giornata. Questa è una scelta dell'individuo che desidera essere pagato in contanti nell'arco delle ventiquattr'ore.

SUICIDI INDIVIDUALI E DI GRUPPO

Dal 1998, ogni anno più di 30mila giapponesi si suicidano per diverse ragioni. La maggior parte dei casi è dovuta al fattore lavoro. Si tratta in gran parte di uomini fra i 40 e i 50 anni che si sono visti licenziare da aziende che avevano promesso loro un'assunzione a vita. Il motivo è la crisi economica del Giappone e la ristrutturazione interna che ogni ditta sta affrontando per sostenere la competizione. Da un po' di tempo a questa parte, l'attenzione si è spostata sui giovanissimi. Questi non solo commettono il suicidio, ma lo fanno preferibilmente in gruppo. Lo scorso anno nei mesi di ottobre e novembre ci fu una serie di suicidi di giovani in gruppo con un totale di oltre 20 vittime, tutte sotto i 30 anni. Le cronache di questi fatti sono apparse anche sui giornali italiani. “Ennesimo caso, con appuntamento via web” era il titolo del Corriere della Sera del 29 novembre 2004. Su internet sono sorti negli ultimi anni decine di siti dedicati al suicidio, nei quali ci si scambia consigli su modi e luoghi da prediligere. Ma dove soprattutto si trovano le anime “gemelle” che soffrono dello stesso male e si dichiarano pronte a compiere il passo finale, promettendosi sostegno. I titolari di questi siti si difendono presentandoli come “iniziative di compassione” per giovani che vivono isolati e intessono solo relazioni telematiche.

GIOVANISSIMI FREDDI ASSASSINI

Primo giugno 2004. In una scuola della provincia di Nagasaki, una ragazzina di 11 anni ha sgozzato con un taglierino una compagna di classe, durante la pausa pranzo. La ragazzina aveva chiamato in disparte la vittima, l'aveva fatta sedere e poi da dietro le aveva tranciato la giugulare. Pochi minuti dopo, rientrata in mensa, l'insegnante le ha fatto notare le macchie di sangue. Gridando “non è il mio”, era corsa via. Presa in custodia dal tribunale familiare, la ragazzina è stata interrogata sulla dinamica e sulla motivazione dell'assassinio. Ne è emersa una descrizione fredda e lucida dell'accaduto. Ad esempio, siccome la vittima aveva rifiutato di farsi bendare, lei stessa con il palmo della mano le aveva coperto gli occhi. Gli eventi precedenti al fatto di sangue, presentano le due ragazzine come amiche, che pur vedendosi ogni giorno a scuola, nel pomeriggio si scambiavano messaggi scrivendo sulle rispettive home page. La vittima avrebbe scritto cose che avrebbero offeso la ragazzina (come “sei grassa”, “ti metti sempre in mostra”), portandola alla decisione dell'assassinio.

Questo, purtroppo, non è un caso isolato. Nel 2000 un 15enne uccide tre persone, ferendone altre due gravemente; due studenti di prima superiore freddano un tassista durante una rapina; nel luglio 2003 un adolescente rapisce un bambino di quattro anni in un centro commerciale. Saliti al terzo piano di un vicino parcheggio, il ragazzo spinge giù il bambino che muore sul colpo. In precedenza il ragazzo aveva provato con un cane.

E-GENERATION: LA GENERAZIONE ELETTRONICA

Tornando alla tipologia del giovane di oggi presentata dal professor Saito, oltre al ritirato sociale, la seconda tendenza è la ricerca della propria identità. Nell'aprile 2002 è apparso sul giornale Yomiuri il risultato di un'inchiesta, il cui tema era il “cellulare”. Alla domanda “possiedi un cellulare?” il 94% dei 20enni, l'82% dei 30enni, il 73% dei 40enni ha risposto di sì. In seguito, altri articoli usciti sullo stesso giornale analizzavano il tema del “ keitaijin” (l'uomo cellulare) sotto diversi aspetti. Ad esempio, riguardo al senso del tempo, i giovani non ritengono necessario stabilire il punto d'incontro (quale uscita della stazione), basta un colpo di telefono, ci si guarda attorno e si vede l'altro. Così facendo, i giovani stanno diventando sempre più approssimativi. Circa l'uso delle mail , sono emersi risultati interessanti. C'è chi ne manda più di cento al giorno. Chi invece, non ricevendo una risposta immediata, si sente senza amici. Quanto al contenuto del messaggio, la maggior parte semplicemente chiede “cosa stai facendo?” All'apparenza sembrano giovani espansivi e socievoli, ma in realtà questi atteggiamenti rivelano una profonda insicurezza ; di qui la necessità di rafforzare la propria identità nei rapporti interpersonali attraverso l'uso della posta elettronica e del telefono.

Tutto però si riduce a uno scambio di informazioni che fanno mantenere la superficialità nei rapporti. Così si illudono di essere sempre in contatto con i propri amici, quando invece ciascuno sta reprimendo le sue emozioni. Ora ci sono i cellulari con la macchina fotografica incorporata. L'obbiettivo è stato pensato a distanza di braccio perché uno possa farsi la foto e poi mandarla subito. Concentrati su di uno schermo di cinque centimetri per cinque, il soggetto è sempre ripiegato su se stesso, ignora le persone e la realtà attorno a se, fluttua nel mondo virtuale.

Alcuni sociologi e psicologi sono arrivati a dire che ormai si può parlare anche di “dipendenza dal cellulare” non solo come strumento che ha in memoria i numeri di telefono, l'ora, gli appuntamenti in agenda, ma ormai regola, anzi limita le relazioni interpersonali: pone una distanza con l'altro, senza la necessità di vedersi faccia a faccia.

UNA GENERAZIONE ESTRANIATA

Nel libro “Analisi psicologica dell'uomo cellulare” , lo psicologo Okonogi Keigo descrive diverse situazioni comuni mostrando come la mentalità del cellulare abbia ormai influito, se non addirittura dato origine a una nuova modalità nelle relazioni umane. Grazie a internet, ora si chatta. Uno può parlare in un'altra lingua, dall'altro capo del mondo on uno sconosciuto. Basta entrare in uno dei tanti siti di gruppi di conversazione a seconda dei propri interessi. Solo che qui ciascuno si presenta con un nickname (un soprannome) e può uscire quando vuole.

Il fatto dell'anonimato e l'interruzione a proprio piacimento ha portato un effetto preoccupante nelle relazioni interpersonali. L'anonimato indebolisce il senso di responsabilità per le proprie azioni. Di fronte a un impegno concordato da tempo, è sempre più frequente ricorrere a una mail di giustifica (spesso fittizia) per disdire l'appuntamento.

Poi si entra ed esce dalla chat a proprio piacere, non curandosi degli altri. Trasportato nel mondo delle relazioni reali e umane, la cosa diventa ancor più preoccupante: l'incapacità di tollerare la diversità delle opinioni; al minimo diverbio, molti giovani chiudono. Questo modo di fare ha dato origine a un'espressione propria: “ kireruko” , cioè quei giovanissimi che ormai impacciati, incapaci e perfino timorosi della relazione diretta con gli altri, tagliano, rompono subito i rapporti. Portato alle estreme conseguenze, alcuni sociologi vedono nell'influsso del cellulare e di internet un fattore che spinge i giovani a cercare lavori non a lungo termine, ma part-time o addirittura a rifiutare il matrimonio come impegno per tutta la vita. Altra conseguenza del mondo digitale è la perdita del contatto con la natura. Seduti nella propria stanza, tutto è a portata di mano solo attraverso il click del mouse . Esperienze “primordiali” quali cadere e sbucciarsi un ginocchio, litigare durante il gioco, diventano situazioni sempre più rare e insopportabili. A causa di questa mancanza di interazione con gli altri, molti sono i giovani che si ritirano in se stessi e temono il contatto e la presenza fisica dell'altro. Si potrebbe definire questo stato come una perdita del senso del reale.

Chiudo questa finestra sull'attuale realtà giovanile giapponese, citando una cantante, Hamasaki Ayumi, la pop star più famosa del Giappone. Sua è la canzone “ No way to say ”, uscita nell'ottobre 2003. Nell'impero dei cellulari e delle macchine fotografiche digitali, questo titolo suona quasi ironico. Nel testo si trovano frasi del tipo ”nascondo il cuore ansioso e mostro un sorriso” oppure ”pur sentendo un pensiero certo da esprimere, non sempre riesco a dirlo. A chiunque capita la stessa cosa, non sempre si riesce ad esprimere a parole ciò che si prova”.

RENATO FILIPPINI

 

LA CHIESA GRANELLINO DI SENAPE

E' da tenere presente che la percentuale della Chiesa cattolica in Giappone è dello 0.3 per cento sulla popolazione totale (in alcune zone scende allo 0.1). In concreto neppure mezzo milione di cattolici sparsi su un territorio grande quanto l'Italia.

Nonostante questa insignificanza numerica, la Chiesa cattolica compie varie attività a livello nazionale e locale. Riguardo alla problematica dei suicidi, ad esempio, dieci anni fa ha attivato il servizio del “telefono della speranza”, nella diocesi di Kagoshima. E da allora ne ha sempre sostenuto i costi. Due volte l'anno vengono organizzate delle conferenze. I temi vanno dall'alcolismo alla violenza domestica, dalla psicologia adolescenziale a quella degli anziani. Il servizio è attivo tutti i giorni presso la curia. I volontari sono naturalmente non cristiani, buddisti, atei e qualche cattolico.

A livello nazionale, invece, nel 2001 è stata pubblicata una lettera pastorale dal titolo “Sguardo alla vita: messaggio della conferenza episcopale per il nuovo secolo”. Qui i vescovi trattarono il tema della vita da diversi punti di vista: la situazione di crisi della famiglia (sesso e procreazione, rapporti fra genitori e figli); vita e morte (diagnosi prenatale e “handicap”, suicidio, eutanasia, pena di morte, ricerca sugli embrioni).

Nella parte riguardante il suicidio, vengono presentati cinque casi che coprono tutte le fasce di età a testimonianza della difficoltà del vivere e dei rapporti umani. Viene fatto presente che, considerando anche i tentativi andati a vuoto, le statistiche si alzano ulteriormente.

Ci si chiede cosa sia il suicidio, riferendosi alla cultura di un tempo con l'esempio del “harakiri” per venire ai nostri giorni dove viene messo in discussione se, nel caso di soggetti affetti da depressione, sia da considerarsi un atto deliberato. È chiaro che chi lo commette, non ha trovato attorno a sé persone a cui domandare aiuto. Segue un appello alla responsabilità di tutti, affinché si colgano i segnali premonitori. Viene infine chiesto perdono per l'atteggiamento giudicante della Chiesa in passato.

 

LA CHIESA: COSCIENZA CRITICA DEL PAESE

Un discorso a parte merita il problema dell'inculturazione, reso ancora più complesso dalla profonda crisi d'identità culturale che il Giappone sta attraversando. L'attuale modello di comportamento è quello consumista, mutuato soprattutto dagli Usa. Il governo ha lanciato la campagna della kokusaika (internazionalizzazione), che spesso si riduce a pura imitazione di mode straniere che sradicano valori atavici e comportamenti sociali consolidati, senza offrire nulla in cambio. Il mondo giovanile ne è la prima vittima. Ne deriva che anche per la Chiesa la sfida dell'inculturazione diventa ancora più difficile e complessa. Quale deve essere la cultura di riferimento? Quella tradizionale, con i suoi modelli di comportamento, che sta scomparendo soprattutto nelle grandi città, e che è ritenuta ormai obsoleta da molti degli stessi giapponesi? O la subcultura dei kombini store (piccoli supermercati) e dei supa , i grandi supermercati, che sono il nuovo luogo di socializzazione; dei pachinko , delle città fittizie, dei grandi condomini dove si è stranieri l'uno all'altro? A quale cultura deve riferirsi la Chiesa?

Penso che, in questo momento storico, la Chiesa in Giappone sia chiamata a suscitare domande più che a dare risposte. È solo risvegliando la coscienza circa le grandi questioni dell'esistere e del senso della vita che il giapponese può riscuotersi dal torpore spirituale, in cui il consumismo l'ha fatto cadere.

MARIA DE GIORGI

LA FOGLIA DI FICO

Reclusi in casa perché il ritmo di vita è insopportabile? Forse. Ma c'è qualcosa di atavico nella difficoltà dei giovani nipponici a comunicare coi loro coetanei. La parola non manca alla cultura giapponese, ma è cosa da maneggiare con cura: si rischia di ferirsi più che con la katana, la spada tradizionale. Nei secoli si è ovviato al problema introducendo il rituale dei saluti, dei convenevoli: il linguaggio stesso è stato modellato per posizionare la persona più che per aiutarla a esprimersi. Dall'asilo al rito funebre si insegna a parlare secondo i dettami del “cerimoniale”. Ma quando la relazione diventa “faccia a faccia” il (giovane) giapponese è nudo. Tra l'ansia del contatto materno e l'ignota realtà del comunicare.

Il cellulare, internet, la chat aiutano a coprirsi come… la foglia di fico.

GIORGIO BERETTA


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