mensile dei missionari saveriani


Maggio
2005

 

 

Parole clandestine durante la resistenza

di roberto cucchini

L'opposizione al fascismo fu fatta anche di atti minimali e quotidiani. La fine della libertà di stampa (1925), e il monopolio informativo che il regime fascista aveva imposto al Paese, obbligarono gli avversari della dittatura a inventare nuove forme espressive, attraverso cui far circolare tra la gente le proprie opinioni, parole d'ordine. La fantasia popolare ebbe così modo di sperimentare una singolare creatività.

L' opposizione al fascismo fu fatta anche di atti minimali e quotidiani. La fine della libertà di stampa (1925), e il monopolio informativo che il regime fascista aveva imposto al Paese, obbligarono gli avversari della dittatura a inventare nuove forme espressive, attraverso cui far circolare tra la gente le proprie opinioni, parole d'ordine. La fantasia popolare ebbe così modo di sperimentare una singolare creatività.

Quelle frasi vergate con vernice o matita su muri o pareti, quei foglietti di carta fatti scivolare notte tempo dentro le buche delle lettere o sotto le saracinesche dei negozi segnalavano, a loro modo, una drastica presa di distanza dall'autorità civile o militare che controllava quotidianamente lo “stato dello spirito pubblico”. In tale modo, veniva resa evidente una vera e propria “resistenza spirituale” che si faceva esplicita “occupando” spazi che il Potere aveva monopolizzato ai fini della sua esaltazione e propaganda, rivelando l'esistenza di una voce “altra”, e quindi di una possibilità di reazione all'oppressione subita. E di resistervi.

Una delle forme comunicative più usate fu quella rappresentata dalle scritte murali. Ogni luogo poteva servire a questo scopo: il parapetto di un ponte, i muri di cinta di un'abitazione piuttosto che quelli di una caserma e di una fabbrica, o le pareti dei servizi igienici. Così prendeva vita una “lotta simbolica” tra i seguaci del regime e i suoi oppositori, che aveva come campo d'azione proprio i muri: questi diventavano dei veri e propri “territori da controllare” o, per gli avversari della dittatura, da “conquistare”. I luoghi prescelti, l'accostamento tra questi e le frasi velocemente scritte, giocando alle volte sul paradosso, davano maggiore forza al messaggio, accentuandone il valore della denuncia (sulla facciata del cimitero di Brescia una mano ignota scrisse: “Questa è la casa del fascio”). In questo caso, la macabra ironia faceva propria, portandola alle estreme conseguenze , quell'identità “mortifera” di cui si facevano vanto i militi di Salò nei loro proclami, riti e canzoni (“A cercar la bella morte”, “La compagnia della morte”, “viva la morte, viva il cimitero”).

Una presa d'atto, ma anche un augurio dal significato non poi così oscuro. Tali gesti rappresentavano un inequivocabile atto politico, in quanto per le autorità nessuna parola era innocente: ogni espressione doveva essere sottoposta a una severa censura colpendo inesorabilmente chi veniva meno alla legge. Questo perché chi esercitava l'atto dello scrivere, rendeva esplicita l'esistenza di una zona franca tra sé e un Potere che si voleva totalitario e totalizzante, entro cui esprimere la propria autonomia morale e quindi politica. Mentre quello chiedeva consenso ai cittadini/sudditi, alcuni di loro, compiendo tali azioni, si disimpegnavano recuperando in questo modo una propria soggettività resistenziale.

FOGLI RIBELLI

Ciò che si pubblicava in modo ufficiale, era strettamente controllato dalle forze d'occupazione o dalle autorità della Repubblica Sociale. Solo un quotidiano poteva uscire liberamente: si trattava de L'Osservatore Romano , che veniva stampato e poteva essere acquistato solo nella Città del Vaticano. Tolta questa eccezione, una delle forme più efficaci di informazione alternativa era rappresentata dalla produzione e diffusione della stampa clandestina, certamente lo strumento più elaborato di comunicazione scritta: giornali in piccolo formato, così da poterli piegare e mettere in tasca, che richiamavano sul frontespizio, il più delle volte, il titolo di una gloriosa testata d'opposizione da anni messa fuori legge dal regime.

C'erano i giornali diretti alla popolazione e quelli delle formazioni partigiane.

A Roma, ad esempio, durante il periodo dell'occupazione, furono pubblicati non meno di 40 giornali, quasi tutti organi di partito o di movimenti organizzati attivi nella Resistenza, con una tiratura media di un migliaio di copie, se si esclude L'Unità e L'Italia libera che arrivavano a diffonderne anche sette o otto. Nelle formazioni combattenti, i giornali servivano sì per informare i partigiani di quanto avveniva altrove, ma rappresentavano anche un importante veicolo di idee e uno strumento di vera e propria formazione politica democratica, soprattutto per quei giovani che si erano sottratti al reclutamento previsto dai bandi della Repubblica Sociale e che – in ragione dell'età – non avevano potuto frequentare che le scuole del regime.

Ma non sarebbe giusto concludere questo capitolo senza ricordare anche “chi” e “dove” volantini, manifesti e giornali venivano stampati. Non si trattava solo delle tipografie presenti più o meno clandestinamente nelle grandi città, ma di quelle costituite nei casolari di campagna o di montagna, facendo fronte a difficoltà e rischi ai quali si esponevano le persone coinvolte. Infatti, molti tipografi e redattori antifascisti, anche quelli che lavoravano ancora presso testate “ufficiali” vennero arrestati, e in alcuni casi uccisi.

Lo sciopero generale che fu proclamato a Roma il 3 maggio del '44, vide un insperato successo soprattutto tra i tipografi de Il Messaggero . Il quotidiano uscì ma con molto ritardo. Il direttore compilò l'elenco degli assenti: 18 di loro furono arrestati.

Tutto questo va annoverato tra le più tipiche attività di lotta nonarmata che per estensione e il sostegno offerto anche a quella militare, così come per il coinvolgimento di persone e per tributo pagato in numero di vittime della repressione, svolse un ruolo di primo piano nella lotta al nazifascismo.

ROBERTO CUCCHINI

PAROLE DI CARTA

Ma le parole di denuncia, di ingiuria o di propaganda, potevano finire anche su foglietti anonimi che venivano incollati sotto i portici di una piazza, o all'albo della sezione rionale del partito fascista, su di un muro o sul portone sotto casa.

Dato che era difficile affiggere manifesti di un certo formato stampati in clandestinità, per comunicare testi che davano quelle notizie che i mezzi di comunicazione del regime non fornivano, si faceva ricorso al volantino stampato o tirato al ciclostile. Facile da nascondere, maneggevole, esso rappresentava un utile strumento di comunicazione, di controinformazione, di incontro e raccordo tra individui isolati, che nel riceverlo si potevano magari riconoscere negli stessi ideali e finalità politiche.

La diffusione di volantini non poteva avvenire a viso scoperto e distribuirli era quindi un atto esplicito di resistenza civile.

Si trattava di un'azione molto incisiva, ma altrettanto pericolosa.

Il rischio era l'arresto, la tortura, la deportazione.


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