mensile dei missionari saveriani |
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| LA MISSIONE DI FRANCESCO SAVERIO ALBERTO NÚÑEZ Francesco Saverio era molto cosciente che la sua missione fosse quella di portare la Buona Novella della salvezza: una salvezza integrale, per l'uomo nella sua interezza. È CRISTO CHE SALVAIn primo luogo sarebbe bene recuperare l'idea che Francesco Saverio aveva della “salvezza”, intesa come salute dell'anima e del corpo, e che lo conduce a preoccuparsi del battesimo dei pagani e dell'educazione dei bambini, della giustizia per i poveri e della qualità della vita familiare. Non credo che egli pensasse che le opere di carità fossero meno importanti di quelle spirituali. Però il “profitto delle anime”, che è il fine di tutto l'apostolato, per lui era sinonimo di salvezza integrale. Perché allora ci è rimasta questa immagine di un santo ossessionato dal battesimo? Egli era molto cosciente che la sua missione fosse quella di portare la Buona Novella della salvezza: una salvezza integrale, naturalmente. Saverio raccomandava ai suoi compagni missionari che “il piano temporale sia orientato a quello spirituale”. Quando cerchiamo di andare oltre un'antropologia dualista che contrappone anima e corpo, e assumiamo la visione biblica dell'essere umano che afferma l'unità psicofisica dell'essenza personale d'ogni essere umano, incontriamo sovente una dolorosa dissociazione di queste due componenti essenziali. Non è un problema nuovo. Il pensiero dei grandi teologi aveva trovato una soluzione: come dice San Tommaso, “l'uomo, in verità, patisce una divisione interna tra la carne e lo spirito”. Tale dolorosa opposizione interna è “antinaturale, perché è conseguenza del peccato, mentre la più profonda esigenza dell'uomo dell'unità e dell'armonia all'interno della propria vita fisica e di quella spirituale, è soddisfatta solo dalla grazia”. Saverio non sembrava molto ottimista sulla possibilità che i pagani potessero evitare la condanna facendo affidamento solo sulle loro forze, senza un forte spinta interiore. Secondo la dottrina cattolica, i sacramenti celebrati con fede sono efficaci, danno la grazia, perché è Cristo stesso che li conferisce. Nel battesimo è Cristo che battezza, è Lui che salva. L'urgenza che Saverio provava nel predicare il Vangelo e battezzare, si basava sulla convinzione che solo attraverso l'accoglimento della grazia di Cristo attraverso i Sacramenti, le persone potessero essere curate dalla loro tendenza verso l'idolatria e il vizio. Francesco desiderava che i pagani potessero partecipare a tale esperienza gioiosa e liberatoria. I paradigmi teologici vigenti nel suo tempo lo assecondavano in questa percezione della necessità del battesimo per la salvezza. All'interno di tale paradigma, “idolatria” è un concetto chiave per capire le attitudini di Saverio: essa si interpone tra gli uomini e il vero Dio della salvezza. Così i teologi interpretavano la Scrittura e gli insegnamenti del Padre. L'universitario Francesco non aveva avuto la possibilità di accedere a nessun altra chiave interpretativa di tale fenomeno. E ciò si manifesterà chiaramente nella dottrina cristiana che egli comporrà nel 1542, a Goa, al tempo del suo primo apostolato in India. Secondo lui, per il missionario, la salvezza significava “uscire dall'idolatria e adorare Dio e Gesù Cristo salvatore di tutte le genti”. Il suo desiderio sarebbe stato quello di “liberare le anime”, il che presupponeva predicare per la conversione affermando gli esseri umani nella loro integrità. “COSA SERVE ALL'UOMO GUADAGNARE IL MONDO?”In secondo luogo, il concetto di “rinuncia” per Saverio si manifesta nella forma di un triplice esodo: uscire dall'egoismo individuale (dall'amor proprio e vantaggio privato), da quello nazionale (il patriottismo e l'interesse nazionale), infine dall'egoismo comunitario (l'autocompiacimento istituzionale). L'esperienza della vita cristiana come esodo, si incontra in Saverio con le origini della sua vocazione apostolica. È presente nelle parole evangeliche ricordate varie volte da Ignazio: “Cosa serve all'uomo guadagnare tutto il mondo se perde la vita?” (Mt 16, 26). Questo passo che Gesù indirizza ai suoi discepoli, è preceduto dal non meno penetrante: “Se qualcuno ama seguirmi, che rinunci a se stesso” (v.24). Saverio, che con gli esercizi spirituali era riuscito ad approfondire questo fondamentale criterio - “tanto uno farà progressi nelle cose dello spirito, quanto uscirà dall'amor proprio” (EE, n. 189) -, vivrà la propria attività apostolica con grande intensità. Lo schema fondamentale del cristianesimo - ci ricorda sempre Francesco -, è una morte e una trasformazione, che sono impliciti nell'accadimento della fede. “Vattene dalla tua terra, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre “(Gen 12,1). Ciò presuppone una rottura personale, nazionale, culturale. L'immagine di Saverio sopra un veliero, è il simbolo di una realtà interiore. La Buona Novella di Gesù venuta dal di fuori di me, sarà sempre uno scandalo per la persona che cerca di affermare la propria autosufficienza o autonomia. La storicità del cristianesimo, la storia della missione cristiana, conferma nella pratica questo dato. Anche oggi. Forse non è facile presentare ai nostri contemporanei occidentali un ideale cristiano basato sulla rinuncia: preferiamo suggerire la conquista, esigere il possesso. Circa l'egoismo nazionale, si potrebbe dire che Saverio non riconosceva il suo ideale in nessuna “patria” terrena, ma piuttosto in una celeste. Francesco aveva molto amato la sua terra di Navarra, dove aveva trascorso i primi diciannove anni della vita. Guardando alla sua famiglia, davanti a lui si aprivano tre possibilità: quella di abbracciare il campo del diritto e della politica, seguendo così le orme del padre; dedicarsi al mestiere delle armi, come avevano fatto i suoi due fratelli maggiori; darsi all'insegnamento universitario, come aveva fatto suo zio, il famoso “dottor Navarro”, oppure, in alternativa, abbracciare la carriera ecclesiastica. Ma la profonda trasformazione spirituale avvenuta a Parigi influì su di lui. Saverio va a vivere con un gruppo di amici del Signore, la Compagnia di Gesù, e sviluppa il suo apostolato nelle Indie come un suddito (abbastanza critico) della Corona portoghese. Prima di partire dall'Europa, quando i suoi compagni avevano steso, con l'approvazione pontificia, un breve profilo della Compagnia che avevano fondato, Saverio aveva parlato del significato personale suscitato da quella consacrazione. Più avanti, una volta fatti i conti con le difficoltà reali, scriverà da Kagoshima, in Giappone, sulla “grande grazia” che Dio gli aveva regalato facendolo operare in una patria straniera dove “non possiamo confidare e sperare che in Lui”. Nell'egoismo nazionale Saverio vede non solo un enorme impedimento per la missione, ma anche per la stessa vita cristiana. SAVERIO, IL MISSIONARIO DELLA CHIESAIn merito invece all'autocompiacimento istituzionale, richiama particolare attenzione il fatto ricorrente in Saverio di realizzare la missione guardando più alle persone che alle istituzioni, convinto che il cristianesimo si sarebbe affermato per forza propria anche in assenza dei missionari. Nell'invio o nella missione si riassumono la spiritualità della sua vocazione. In tal senso sono rintracciabili dei momenti precisi come il voto a Montmartre, l'offerta al papa Paolo III nel novembre del 1538, e la designazione di Saverio, per esplicito incarico del Pontefice, alla missione nelle Indie. Il 10 ottobre del 1549 il padre generale Ignazio nominava Francesco Superiore provinciale “di quanti vivono dal basso il principio d'obbedienza della Compagnia nelle Indie e nelle altre terre oltre i mari, soggette al serenissimo re del Portogallo, e oltre”. Questo “oltre” sarebbe stato profetico, perché avrebbe aperto a Saverio, verso Oriente, nuovi orizzonti missionari. Egli vive la sua vocazione cristiana come fosse un essere eletto personalmente da Cristo, nella Chiesa, per essere inviato in missione all'Umanità. Il santo si identifica completamente con questa missione che costituisce un modello di esistenza configurata a immagine di Cristo. È ciò che definiremmo oggi come un “forte” sentimento di appartenenza. Ma se tutto questo fosse il risultato non di una tenace forza di volontà, né di quella personale racchiusa nel proprio carattere, né di un'ascesi basata sulla necessità di espiare i peccati? E se tale intima convinzione non provenisse, a sua volta, da una formazione dogmatica solida, ma da una compassione spontanea che afferra l'uomo contemplativo? Sarà allora la fede, l'esperienza della gratuità di un Dio salvatore, quella che ha educato lo sguardo di Saverio, fondendolo con quello compassionevole di Cristo. IL MAESTRO E IL DISCEPOLO Dove ha acquisito Saverio tale disposizione? Si considera come caratteristico dello stile religioso asiatico il processo di iniziazione spirituale basato sulla convivenza guru - discepolo, e la pratica personale della meditazione sotto la sua guida. La parola sanscrita guru (maestro) contiene la stessa radice indoeuropea del casigliano “grave” (austero). Perché è precisamente la maturità (peso dell'esperienza spirituale) del maestro, che ha sperimentato precedentemente il contenuto del suo insegnamento, che gli dà l'autorità per guidare i suoi discepoli affinché incontrino da loro stessi la sacra Verità. Ai tempi della canonizzazione dei grandi santi gesuiti (il 12 marzo del 1622 Saverio fu canonizzato insieme a San Ignazio, Santa Teresa, San Isidoro Labrador e San Filippo Neri dal papa Gregorio XV) si diceva che Francesco avesse realizzato molti e grandi miracoli; Ignazio da Loyola, di converso, uno solo, però maggiore. La frase costituisce una bella descrizione del rapporto guru -discepolo. Questa mistagogia (letteralmente “condurre verso il Mistero”) presente anche nella tradizione mistica europea, ha permesso di avere persone dotate di un forte sentimento di appartenenza, come il nostro santo di Navarra. Ignazio da Loyola seppe trarre da Saverio il meglio: la sua generosa lealtà e la sua nobiltà. Il discepolo Saverio si era formato con il Maestro Ignazio. Tutti e due avevano condividilo la stessa abitazione, a Parigi, dall'ottobre del 1529 all'aprile del 1535. Rincontrandosi a Venezia nei primi mesi del '37 e facendo parte della stessa comunità a Roma, nel 1538 si separarono in occasione della partenza di Francesco per la missione. Iniziando da una amabile relazione fondata su una solida convivenza maturata durante il periodo degli studi attraverso cui Loyola introdusse Saverio alla pratica personale della meditazione, Francesco fu in grado di descrivere la verità liberatrice di Cristo. Si tratta di una verità personale, una Parola fatta carne, e non una dottrina in più sulla vita. Gli esercizi spirituali rappresentarono il cammino singolare che Ignazio mostrò a Saverio, il metodo per facilitargli un incontro personale col Mistero salvifico di Dio in Gesù. Non sembrerà strano che l'unico libro citato, oltre la Bibbia, per il Maestro Saverio sia stato quello degli Esercizi. Saranno questi la base della sua vita spirituale, così come del suo apostolato. L'ITINERARIO MISTICOIl forte sentimento di appartenenza alla Chiesa si manifesta in Saverio attraverso la sua esperienza della comunità apostolica. Compagnia “santa”, “benedetta”, “Compagnia di amore”, così la chiama. “Se qualche volta mi dimentico della Compagnia, sia consegnata all'oblio la mia destra” esclamava parafrasando il salmo biblico (doc. 59,22). Saverio portava sempre con se i nomi autografi dei suoi compagni dentro una borsettina appesa al collo. Li teneva presenti e li ricordava “in Cristo”. Viveva tale amore per la propria congregazione con una straordinaria libertà, facendo sempre riferimento alla Chiesa gerarchica, al cui servizio si era posto, ed amava mantenere con i missionari un rapporto affettuoso e collaborativo. L'esperienza del mistero di Dio nella carità di Cristo e la comunità di vita sull'esempio degli apostoli, hanno profondamente segnato la sua biografia. Un dialogo con lui, in occasione di questo quinto centenario, tenderà a far vivere un'esperienza mistica. Come ha scritto un teologo francese: “Si inizia un dialogo tra il santo e me stesso nel momento in cui comprendo che il mistero della sua esistenza non si esaurisce nella banalità esteriore del lavoro e dei viaggi…Tutta la vita è un itinerario, ma solo quello mistico va dal senso profondo della verità verso l'esterno”. ALBERTO N ÚÑ EZ
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