mensile dei missionari saveriani


 

CAMPAGNA BANCHE ARMATE
BANCHE ARMATE: TRE DOMANDE ALLA CAMPAGNA

 

GIORGIO BERETTA

Tre domande attendevano al varco i promotori della Campagna di pressione alle “banche armate” (Missione Oggi, Nigrizia e Mosaico di Pace) al convegno da loro stessi organizzato con l'Associazione Finanza etica a Roma il 14 gennaio scorso dal titolo “Cambiare è possibile: dalle banche armate alla responsabilità sociale”. Non erano domande rituali, ma riguardavano la sostanza stessa della campagna.

SENSIBILIZZAZIONE O BOICOTTAGGIO?

La prima era stata posta da Michele Nones, consulente del Ministero della Difesa e membro del Comitato direttivo del celebre Istituto di Affari Internazionali (IAI) che in un corsivo del 5 marzo scorso su "Il Sole 24 ore" affermava: « Quella che all'inizio era, forse, una campagna di sensibilizzazione sulle innegabili implicazioni politiche e militari del mercato internazionale degli armamenti e sulla necessaria cautela nella nostra politica esportativa, è diventata di fatto una campagna di "criminalizzazione" dell'industria della difesa e delle banche che intrattengono rapporti d'affari con le imprese del settore. Quella che potrebbe essere una rispettabile scelta etica del singolo cittadino nel preferire banche o fondi di investimento etici, è invece diventata un sistematico tentativo di boicottaggio del sistema industriale della difesa». Una campagna, cioè, cominciata con "buoni intenti", ma che avrebbe sortito l'effetto di "criminalizzare" e boicottare il comparto armiero industriale e bancario nazionale.

Col risultato, specificava Gianni Dragoni sempre sul quotidiano di Confindustria, di rendere «più difficili e costose molte operazioni di export, costringendo le imprese a rivolgersi a banche estere, le quali non adottano lo spirito dell'istituto "non armato" o "banca etica"» . Insomma, la campagna non solo avrebbe un effetto economicamente controproducente per l'industria, ma finirebbe col favorire quelle banche che vorrebbe contrastare. Tutto qui? Non proprio.

L'affermazione dei corsivisti del quotidiano veniva avvallata qualche mese dopo dalla stessa Relazione della Presidenza del Consiglio sull'export di armi che estendeva l'effetto controproducente della campagna dalla sfera della operatività bancaria a quella dei controlli ministeriali. Secondo la Presidenza del Consiglio, infatti, la decisione «di buona parte degli istituti bancari nazionali di non effettuare più, o quantomeno, limitare significativamente le operazioni bancarie connesse con l'import o l'export di materiali d'armamento » non solo avrebbe creato «notevoli difficoltà operative» all'industria della difesa « tanto da costringerla ad operare con banche non residenti in Italia », ma avrebbe avuto la conseguenza «di rendere più gravoso e a volte impossibile il controllo finanziario delle operazioni previste dalla legge 185/90» . In altre parole, l'effetto della campagna sarebbe stato quello di inficiare, se non impedire, la stesse possibilità di controllo da parte del Ministero.

Questioni di non poco conto. Che toccano lo spirito e l'intento della campagna (“sensibilizzazione” o “criminalizzazione”?), i suoi effetti pratici (incentivare scelte etiche o delegare alle banche estere?) e le sue finalità (favorire la legalità o “inficiare i controlli”?). Tre domande che, pur con formulazioni differenti, sono emerse con chiarezza al convegno di Roma. Alle quali la campagna non si è sottratta.

La prima domanda inerisce la motivazione della campagna. Intende favorire scelte etiche o vuole boicottare il settore armiero a partire da un'ideologia pacifista?

L'ETICA A PARTIRE DAL SUD DEL MONDO

«La campagna ha voluto innanzitutto informare le associazioni e i cittadini sulle operazioni di appoggio da parte delle banche al commercio delle armi. E ha chiesto alle banche soprattutto una cosa: trasparenza » – ha ricordato il direttore di Missione Oggi introducendo il convegno. Il commercio delle armi, ce ne accorgiamo ogni giorno sempre più, non può e non deve essere regolamentato dalle leggi del mercato e nemmeno dal desiderio di “rendere più competitiva” la cosiddetta industria della Difesa. La “competitività” non è un criterio contemplato dalla legge 185/90: la legge, che non è una legge pacifista, afferma che l 'esportazione, l'importazione e il transito di materiale di armamento vanno « regolamentati dallo Stato secondo i principi della Costituzione repubblicana che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali ». A partire da questo principio la 185/90 pone una serie di divieti. È questa legge che la campagna ha sempre chiesto a tutti (governo e partiti politici, industrie del settore e istituti di credito, sindacati e associazioni) di attuare nello spirito e nella lettera. Se c'è una “pregiudiziale” della campagna, è quella che ha ricordato p. Carmine Curci (direttore di Nigrizia) durante la tavola rotonda: « L'etica da cui si è mossa la campagna è quella dei diseredati e degli esclusi del Sud del mondo ». L'etica, cioè, non di chi deve fare i conti con le “eccedenze” della produzione militare e con la loro “commercializzazione” (termini usati dal D irettore generale di Capitalia, Carmine Lamanda), ma delle popolazioni che vedono sottratte dai governi risorse fondamentali proprio per l'acquisto di quelle armi quando non se le trovano puntate contro da regimi dispotici. Il dettagliato elenco delle esportazioni di armi italiane in zone calde del pianeta, verso governi denunciati dalle organizzazioni internazionali per le reiterate violazioni dei diritti umani e civili pubblicato annualmente dalle tre riviste sta a dimostrare che la Campagna ha sempre avuto chiara la discriminante tra “legittimo e non etico” ricordata dal dottor Lamanda.

Nessuna “criminalizzazione”, dunque, ma un forte richiamo a tutti, promosso con mezzi dialogici e nonviolenti, a fare la propria parte per attuare questa legge che va difesa anche dall'annunciato «progetto governativo di riscrittura». Non solo: la campagna chiede che la legge 185/90 sia attuata anche per quella parte, disattesa in questi quindici anni, che concerne “ la graduale differenziazione produttiva e la conversione a fini civili delle industrie nel settore della difesa” (art.1.4). Siamo infatti convinti - come ha sottolineato p. Zanotelli– che quello che è in gioco è il “modello di sviluppo” che ormai accomuna il Nord e il Sud del mondo. L'imponente crescita delle spese militari toglie risorse necessarie allo sviluppo, crea masse di poveri e insicurezza planetaria che non si risolve aumentando il budget militare, ma rivedendo anche il modello industriale del “settore difesa” che non può continuare a ricorrere la chimera della “competitività”.

UN PROBLEMA DIROTTATO?

La seconda domanda è emersa da un rilievo del moderatore della tavola rotonda del mattino, il giornalista Franco Locatelli. Il giornalista ha ricordato che uno degli effetti della scelta antinucleare in Italia è stato quello spostare il problema delle centrali ai confini dell'Italia senza risolvere la questione energetica del nostro paese. Similmente, con l'assunzione da parte di banche estere dei servizi relativi al commercio delle armi italiane si sposterebbe solo il problema rischiando anzi di favorire l'attività di quelle banche che si vorrebbe contrastare.

La risposta alla domanda, per ora in gran parte teorica visto che nel 2004 le banche straniere hanno assunto solo il 15% di tutte le autorizzazioni ministeriali, risiede nell'analisi delle operazioni che le ditte del settore hanno commissionato a queste banche estere. Come ho mostrato nel numero di gennaio di Missione Oggi , si tratta soprattutto di due tipologie: da un lato di autorizzazioni collegate a importanti ordinativi di alcuni paesi dell'Unione Europea che vedono impegnata una banca con sede principale nello stesso paese committente; dall'altro, di operazioni maggiormente esposte a critica. Un esempio è quello della Galileo Avionica – una controllata di Finmeccanica – che affida al gruppo bancario francese Calyon i pagamenti per la fornitura alla Cina (un paese sotto embargo Ue) di radar militari Grifo del valore di ben 121,2 milioni di euro. Una prassi, invero, non nuova: già nel 1998 – prima dunque dell'inizio della campagna – le Officine Galileo affidavano alla Ubae Arab Italian Bank la riscossione dei pagamenti dalla Siria (un paese indicato da molti come a “rischio triangolazione”) dei sistemi di controllo del tiro da installare su carro armati di fabbricazione sovietica per un valore di 229 milioni di dollari, circa 360 miliardi di lire . La domanda, allora, non va posta alla campagna, ma alle ditte che fabbricano ed esportano armi. Va invece notato che dall'inizio della campagna si è fortemente ridotto, sia in termini di valore che percentuali, l'ammontare delle operazioni autorizzate a banche con sede in paesi extra-europei: solo 1,5% nel 2004, in gran parte ricoperto dalla già citata Ubae Arab Italian Bank.

L'ASSENZA DELL'ON. COSSIGA

All'ultima domanda che riguarda l'effetto negativo della campagna sui controlli da parte del Ministero non si è potuto rispondere . Non si è presentato, infatti, all'appuntamento l'on. Giuseppe Cossiga (FI) che era stato invitato proprio in qualità di relatore in Commissione Esteri e Difesa della Camera sulla Relazione della Presidenza del Consiglio. L'on. Cossiga aveva svolto in Commissione numerosi rilievi, alcuni dei quali condivisibili e anzi da anni sollevati dalla campagna. Ma aveva anche affermato che « in mancanza di informazioni sull'oggetto delle operazioni finanziate dagli istituti di credito » , la Relazione governativa fornirebbe «dati che risultano non solo fuorvianti», ma «suscettibili di alimentare campagne di informazione del tutto prive di fondamento, come nel caso della campagna banche armate». A lui avremmo voluto chiedere di documentare questa sua affermazione: l'unica documentazione che abbiamo ricevuto è stato un fax inviato la sera del giorno precedente il convegno di Roma alla sede di Nigrizia , a Verona, dove motivava l'impossibilità a prendere parte al convegno per “sopraggiunti impegni familiari”. Un'occasione mancata, non per colpa nostra. GIORGIO BERETTA

 

PRIMO CONVEGNO NAZIONALE

Un osservatorio permamente sul finanziamento delle banche all'industria armiera, ma anche il coordinamento con le associazioni europee che già svolgono attività di monitoraggio del settore e l'impegno per estendere all'Ue la normativa italiana sulla trasparenza bancaria nelle operazioni di appoggio al commercio di armi: sono questi alcuni degli impegni assunti dalla Campagna di pressione alle 'banche armate' al primo convegno nazionale.

La campagna ha incassato subito un risultato proprio dalla prima "banca armata" d'Italia nel 2004: "Nel corso del 2005 Capitalia ha ridotto del 70% gli importi delle transazioni legate a operazioni di export di armamenti, con un netto ridimensionamento della relativa quota di mercato" - ha infatti annunciato al convegno il Direttore generale di Capitalia, Carmine Lamanda che ha riconosciuto il merito alla campagna di aver posto l'attenzione "non solo su ciò che è legittimo, ma su ciò che è etico". Il direttore generale di Capitalia ha sottolineato inoltre che la Legge 185/90 è "un buon impianto che va mantenuto intatto",

Il convegno che si è tenuto nella sala del Consiglio provinciale di Roma, gremita da un pubblico attento, ha visto il saluto di esponenti degli enti locali che hanno patrocinato l'evento (Comune di Roma, Provincia di Roma e Regione Lazio) che hanno ribadito l'impegno delle tre istituzioni a favore della finanza etica. Diversi Comuni hanno aderito alla campgan “tesorerei disarmate” dotandosi di criteri etici e di un codice per le sponsortizzazioni.

Iniziata nel 1999 su iniziativa delle riviste Missione Oggi, Mosaico di Pace e Nigrizia, la campagna ha voluto confrontarsi pubblicamente con esponenti del mondo bancario. "L'importanza della Campagna è stata quella di dotare i risparmiatori di strumenti per un dialogo critico con le banche. Questa risorsa deve essere sviluppata su altri temi - anche in relazione ai recenti scandali bancari - e su ambienti allargati all'Unione Europea" - ha ribadito nel dibattito Francesco Terreri (Microfinanza).

Per approfondire : www.banchearmate.it

 



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