mensile dei missionari saveriani |
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Eritrea: venti di guerra e persecuzioneISKANDAR AL MUSAFIR L'autore è un giornalista free lance e vive a Brescia. Ha soggiornato in vari Paesi del mondo impegnato in progetti sociali e commerciali. L'Eritrea è strategicamente posizionata lungo la più trafficata delle vie commerciali dell'intero Mediterraneo: quella del Mar Rosso. Alla fine dell'occupazione coloniale britannica, che dal 1941 al 1952 era seguita a quella italiana, l'Onu obbligò il nuovo Stato indipendente a unirsi all'Etiopia, pur conservando formalmente un certo grado di autonomia. LA GUERRA DEI TRENT'ANNI Nel corso degli anni, durante il periodo della federazione con l'Etiopia, il governo di Haile Selassiè violò sistematicamente tutti i diritti previsti dalla Carta delle Nazioni unite. Tale regime oppressivo portò nel 1962 allo scioglimento del parlamento eritreo e all'annessione con l'Etiopia, facendo così diventare l'ex Paese confinante una sua provincia. Un anno prima aveva avuto intanto inizio la resistenza armata contro l'occupazione etiope. Questa sorta di nuova “guerra dei trent'anni” è poi durata fino al 1991, quando il Eritrean People's Liberation Front liberò Asmara e insediò i Provisional Government of Eritrea , con a capo l'attuale dittatore Isaias Afwerki. Nel 1993, a seguito di un referendum popolare voluto dall'Onu, il popolo eritreo, quasi all'unanimità, ha votato a favore della propria indipendenza. Da allora è una nazione libera, la cui sovranità territoriale è stata riconosciuta da tutti. NUOVI VENTI DI GUERRADecenni di scontri armati hanno fatto letteralmente scomparire dall'Eritrea un'intera generazione. Nonostante ciò una vera pace sembra ancora molto lontana. Recentemente sono sorte nuove tensioni con l'Etiopia, dopo che il governo eritreo ha posto seri limiti all'azione delle forze delle Nazioni Unite presenti nel Paese per monitorare il rispetto di un “cessate il fuoco” in vigore dal 2000, imposto a seguito del conflitto riesploso nel 1998 e che ha causato 70mila morti. I caschi blu hanno l'incarico di controllare una fascia cuscinetto larga 25 chilometri (la Temporary Security Zone ) a cavallo del confine tra i due Paesi. Tali limitazioni hanno tra l'altro indotto il comandante del contingente italiano, ridotto a venti unità rispetto ai 600 uomini precedentemente inviati, e che faceva parte della forza di dissuasione, a lasciare il Paese dopo essere stato oggetto di un crescendo di azioni ostili. In un recente passato l'Eritrea, tramite l'ambasciatore italiano che rappresentava anche l'Unione europea (Ue), aveva chiesto un aiuto finanziario per oltre 150 milioni di euro. La Ue si dichiarò disponibile in cambio dell'attuazione di una politica interna che favorisse il ristabilimento dei diritti civili e soprattutto della libertà di stampa. A fronte del rifiuto espresso dalle autorità eritree, l'ambasciatore protestò e questo fatto causò la sua immediata espulsione dal Paese e il conseguente blocco dei rapporti diplomatici con l'Italia e l'Unione europea per quasi un anno. Fonti ben informate danno per imminente l'inizio di un nuovo conflitto con l'Etiopia che nuovamente avanza rivendicazioni territoriali . Gli osservatori stranieri non sono graditi. L'Eritrea sta ammassando truppe lungo i 1000 chilometri della sua linea di confine. Entrambi i Paesi, dopo che nel 2001 era terminato l'embargo sull'acquisto di materiale bellico votato precedentemente dal Consiglio di sicurezza, hanno ripreso la frenetica corsa agli armamenti anche se, durante il periodo delle sanzioni, non si era mai interrotta. Dal 1998 nessun militare è stato smobilitato e la campagna di reclutamento, che coinvolge gli adulti di entrambi i sessi fino all'età di 50 anni, continua. I familiari di chi non si presenta, o elude l'arruolamento forzato, sono sottoposti a feroci rappresaglie. Se i figli risultano esser fuggiti all'estero, i congiunti vengono sistematicamente arrestati, vecchi o donne che siano, e di loro spesso si perde ogni traccia. REPRESSIONE E MISERIAAd Asmara la repressione della dittatura contro i dissidenti si fa sempre più pesante. Si teme che il governo in carica abbia l'intenzione di giustiziare molte delle persone incarcerate, mai processate e di cui non si ha più notizia da anni. Tra di loro ci sono anche ex funzionari del regime e valorosi protagonisti della stessa guerra di liberazione. Le esecuzioni sommarie di dissidenti sono all'ordine del giorno . L'indipendenza non ha portato alla promulgazione di una costituzione ed il bilancio dello Stato non viene mai reso pubblico. Autorevoli organizzazioni internazionali pongono l'Eritrea all'ultimo posto della classifica dei Paesi in cui non c'è la libertà di informazione: la televisione mette in onda solo programmi di propaganda e i rari internet cafè sono controllatissimi per impedire agli utenti di entrare nei siti che forniscono notizie riguardanti l'opposizione. In un Paese di oltre quattro milioni di abitanti i telefoni sono meno di 40mila e i cellulari possono funzionare solo con schede locali, che non permettono chiamate all'estero. L'Eritrea è inoltre devastata da una grave crisi alimentare, nonostante il regime la neghi con energia, e che verrebbe notevolmente aggravata nel caso scoppiasse un nuovo conflitto. Le imprese straniere che operano in ambito agricolo sono state costrette a chiudere. La pesca - una delle principali risorse del Paese dove le terre arabili non superano il 12% di un territorio nazionale con una superficie pari a un terzo rispetto a quello italiano -, si è fermata. I pescatori, costretti a vendere ai prezzi imposti dalle autorità, ormai non escono più in mare . Nei negozi la farina per il pane, latte e zucchero sono da tempo scomparsi . I prezzi dei generi alimentari sono inavvicinabili. In un Paese con un Prodotto interno lordo inferiore ai 900 dollari e con un 50% della popolazione sotto la soglia della povertà, un litro di benzina costa 2 euro. Nonostante questa tragica situazione, il regime attacca, taglieggia e ostacola quotidianamente le Organizzazioni non governative, che cercano di alleviare le sofferenze della popolazione con aiuti di vario genere. Da cinque anni, migliaia di giovani fuggono per sottrarsi alla miseria ed al terrore di un sistema politico dove vige la sindrome delle spie e del complotto. Il Paese è stato militarizzato, la polizia e l'onnipresente e onnipotente partito unico sono in mano a generali che governano con il pugno di ferro. PERSECUZIONE RELIGIOSAI religiosi cristiani - anche se sacerdoti - e musulmani, sono soggetti alla leva obbligatoria. A tutto il 2005, il numero dei cristiani eritrei incarcerati dal regime a causa della loro fede, ammontava a quasi 2000, di cui almeno un 20% donne: il doppio di quanti risultavano imprigionati nella primavera scorsa. Nonostante la maggioranza di questi appartenga alle varie Chiese protestanti che operano nel Paese, anche un crescente numero di leaders e membri delle Chiese ufficialmente riconosciute (copta ortodossa e cattolica) è stato recentemente arrestato. Almeno una ventina di loro risultano essere attualmente reclusi in celle sotterranee o in containers metallici e sottoposti a torture. Gli altri sono detenuti in stazioni di polizia, in campi d'addestramento militari e prigioni comuni. Nel mese di agosto del 2005, il Patriarca della Chiesa copto-ortodossa eritrea, Abune Antonios, è stato forzosamente rimosso dal suo incarico, costretto a rinunciare alla sua autorità dagli amministratori ecclesiastici imposti dal regime e sottoposto agli arresti domiciliari. Sembra che il principale motivo del provvedimento sia stata la sua ferma opposizione all'arresto di tre suoi sacerdoti e la resistenza alle interferenze del regime negli affari riguardanti la sua Chiesa. Il testimone dell'avvenimento, il teologo e insegnante Marigetta Yetbareke, risulta tuttora imprigionato per aver diffuso all'estero le notizie che riguardavano il patriarca. Papa Shenuda III°, capo e guida spirituale della Chiesa copto-ortodossa monofisita che ha sede al Cairo, all'inizio non aveva voluto commentare l'accaduto. Successivamente, dalle pagine dell'organo ufficiale di stampa della sua Chiesa, ha reso noto alla comunità egiziana che “il problema che sta vivendo il Patriarca dell'Eritrea riguarda l'insieme delle Chiese mondiali”. Alcuni pastori protestanti e membri del clero copto-ortodosso sono stati condannati a pene detentive superiori ai tre anni a causa della loro attività pastorale. Accusando gli Usa di “orchestrare complotti politici dissimulati da pratiche religiose”, dal 2002 il governo eritreo ha bandito ogni forma di culto o riunione che non siano quelle delle comunità riconosciute ufficialmente: copto-ortodossa, cattolica, luterana e musulmana. Le autorità hanno perseguitato anche i membri dei gruppi di preghiera che si riunivano in case private , e gli invitati a cerimonie di nozze per “partecipazione ad attività religiose illegali”. I colpevoli sono stati trascinati via dalla polizia per essere sottoposti al “regime di punizione militare” previsto per tale reato. L'Eritrea è divenuto in conseguenza di ciò il primo Paese condannato dal Dipartimento di Stato statunitense per aver violato gravemente il Religious Freedom Act del 1998, in pratica per “aver attuato persecuzioni religiose formulando accuse senza fondamento”.
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