mensile dei missionari saveriani


 

COOPERAZIONE INTERNAZIONALE, NUOVA RELAZIONE TRA I POPOLI

GRAZIANO ZONI

"Insieme per crescere ". Con questo slogan, dal 27 ottobre al 6 dicembre scorso, si è svolta una serie di iniziative sulla cooperazione promosse dal Ministero Affari Esteri. Paradossalmente proprio quando i fondi investiti dal Governo sono in costante diminuzione! Ed anche nell'ultima legge finanziaria per il 2006, tale tendenza è stata abbondantemente rispettata. Così l'Italia continuerà a restare il fanalino di coda dei Paesi “cooperanti”: siamo ultimi, con meno dello 0,15% del Prodotto interno lordo. Nella finanziaria figurano impegni per 400 milioni di euro: un -27% rispetto al 2005. Come se non bastasse, pochi giorni sono stati tagliati ulteriori 252 milioni di euro per i prossimi 15 mesi.

Va detto, non certo per consolarci, che la cooperazione internazionale non è mai stata il fiore all'occhiello dei vari governi che si sono succeduti nel nostro Paese. Nel 1993, cinque anni dopo l'approvazione della legge 49 del 1987 (tuttora in vigore!), con Rosario Lembo, Stefano Squarcina e Aloisi Topolini e altri, collaborai alla pubblicazione del libro-denuncia sulla cooperazione italiana: "Cooperazione: inganno dei poveri. Dagli affari alla Solidarietà”. Individuammo e denunciammo come causa prima dello stravolgimento e svuotamento delle novità della legge 49, "l'assenza di una vera linea politica di cooperazione e, molto spesso, anche di una vera politica estera."

La società civile organizzata, nelle sue varie espressioni (qualcuna, purtroppo, non completamente estranea alla involuzione della cooperazione), ha regolarmente documentato la latitanza dello Stato italiano nella cooperazione internazionale; questo mentre l'Italia, con indecente facciatosta, stornava fondi destinati alla cooperazione… per finanziare operazioni militari!

CAMBIARE VOCABOLARIO, CULTURA E PROSPETTIVA

Nella mia esperienza di oltre 40 anni di impegno nella solidarietà e cooperazione in Italia e all'estero, ho maturato alcuni punti fermi sui quali constato ultimamente, con piacere, una certa convergenza. Se vogliamo avviare un processo di cambiamento e di novità per instaurare relazioni umane tra i popoli del mondo, non basta una nuova legge (anche se la ritengo indispensabile), come non bastano piccoli ritocchi da "imbianchino". Meno che meno, basta un aumento di fondi, pur necessari!

Occorre, anzitutto, uscire dalla logica, dallo scenario tossico, diabolico dello "sviluppo" e "sottosviluppo". Il 20 gennaio 1949 il presidente statunitense Truman definì i Paesi “sottosviluppati” e assegnò a quelli (secondo lui) sviluppati il compito di operare per lo “sviluppo”. Una maggiore produzione era la chiave del benessere e della pace. L'avere, quindi, era la leva finalmente scoperta per risolvere ogni cosa. Quel giorno nacque il cosiddetto "aiuto pubblico allo sviluppo". Più di mezzo secolo dopo, il risultato fallimentare sta sotto gli occhi di tutti. Siamo passati dalla povertà alla miseria sempre più diffusa. Bisogna allora cambiare vocabolario, cultura e prospettiva. Anche il grande storico burkinabè Joseph Ki-Zerbo, pur usando la parola "sviluppo", si preoccupa di far notare che nelle lingue africane tale termine non esiste. Esiste però l'idea, intesa come fenomeno endogeno. E afferma: "Ciò che chiamiamo sviluppo deve essere rivisto e corretto ". Espressioni come "progetti di sviluppo ", “cooperazione allo sviluppo”, “educazione allo sviluppo”, ma soprattutto "Paesi in via di sviluppo" non si sa proprio che senso oggi abbiano e, per di più, restano incomprensibili per la stragrande maggioranza della gente. Comunque fanno parte di una cultura, di un concetto di cooperazione internazionale vecchi e negativi.

RIPENSARE LA POLITICA DI COOPERAZIONE

Come afferma Marco Deriu, oggi dobbiamo fare i conti con una cooperazione che imponendo l'imperativo della crescita, ha creato l'economicizzazione delle società del Sud, con una moltiplicazione di nuovi bisogni, con la diffusione dell'idea che noi apparteniamo a una civiltà più evoluta che ci "spinge a credere che gli altri popoli debbano in fondo imitarci per diventare come noi e accedere al nostro mondo di benessere".

Prima o poi bisogna che ci rendiamo conto, tutti, della ingiusta mentalità che abbiamo contribuito a consolidarsi sia nei nostri Paesi che in quelli del Sud del mondo, anche attraverso questo modo di vedere la cooperazione internazionale. La mentalità della assoluta necessità dell'aiuto, dell'indispensabilità dell'aiuto del “bianco”, quasi che queste sorelle e questi fratelli d'Africa, d'Asia e d'America latina non fossero capaci, da soli, di fare assolutamente nulla. Una nuova dipendenza, una nuova mendicità. Un proverbio africano dice che "la mano che riceve l'aiuto è sempre al di sotto di quella che lo dona". Finché si continuerà a pensare solo che bisogna aiutare l'Africa, si continuerà a pensare che vi sono persone che dipendono da altre che stanno sopra di loro. A che serve, poi, aumentare gli aiuti, se non si modifica radicalmente il sistema che produce la miseria e le ingiustizie, ed il sistema stesso degli aiuti?

RI-CONOSCERE LE SOCIETA' DEL SUD

Bisogna superare decisamente, culturalmente e operativamente la mentalità del "progetto". Com'è brutta e anche offensiva quell'espressione che capita spesso di leggere nei dépliant delle cosiddette Ong di cooperazione: " I nostri progetti finanziati…". Perché non pensare in modo nuovo per sostenere e consolidare lo sforzo che le diverse realtà organizzate della società civile del Sud del mondo stanno facendo (è il loro diritto!) per trovare soluzioni alla loro difficile situazione sociale, politica ed economica?

La realtà delle società del Sud del mondo in questi anni è radicalmente cambiata, ed i movimenti sociali e politici sono in continuo aumento, con sempre nuove assunzione di responsabilità e impegni. Queste trasformazioni sociali e politiche in atto nel Sud, devono incidere necessariamente anche nel nostro modo di pensare, di agire e di relazionarci con loro. Il sostegno finanziario, sia pubblico che privato, di cui indubbiamente c'è ancora bisogno, deve andare direttamente alle associazioni locali, anche senza la nostra intermediazione. Le nostre associazioni di solidarietà internazionale devono smetterla di svolgere il compito di tante "western-union" e di "agenti di sviluppo". Nella cooperazione o solidarietà internazionale, il primo obiettivo deve essere quello di valorizzare e responsabilizzare al massimo le popolazioni del Sud del mondo nella definizione delle loro priorità, nella gestione delle loro scelte, dei loro tempi... e anche dei "nostri" soldi. E il primo impegno deve essere quello di dar loro la massima fiducia e riconoscere loro il massimo rispetto.

ONG O ASSOCIAZIONI DELLA SOCIETA' CIVILE?

Il vento del rinnovamento e del cambiamento deve agire anche sulle cosiddette Ong di cooperazione del Nord. Queste dovrebbero iniziare col cambiare nome. Anche perché diverse di loro hanno ben poco, ormai, di "non-governativo". Ma non basta. Quando formavamo i primi gruppi missionari o le prime associazioni "per il terzo-mondo" (altra brutta espressione da abbandonare), la realtà sociale era diversa. A quei tempi, erano pochi i soggetti interessati ai problemi del mondo. Oggi non è più così. Anche a livello pubblico, la "cooperazione decentrata" degli enti locali e delle Regioni è sempre più presente e strutturata. In questa situazione è molto importante il ruolo delle associazioni "classiche", di quelle con maggiore esperienza, che devono aprirsi il più possibile al territorio, per acquisire sempre più l'insostituibile ruolo di associazioni, di movimento popolare in positivo. "Non governative", appunto!

Anche e soprattutto nel Sud del mondo c'è stata e c'è una continua fioritura di gruppi, associazioni e movimenti autoctoni, locali che spesso, anche senza attendere "l'aiuto del bianco", si sono organizzati per far fronte ai propri bisogni primari, per la difesa e il rispetto dei loro fondamentali diritti. Si impone un impegno comune di collaborazione, scambio, interazione, rispetto reciproco, con azioni e strategie partecipate e condivise. L'educazione alla mondialità non deve più essere la specificità, l'esclusività, il compito di un gruppo, di una associazione, di una federazione. Purtroppo spesso diamo l'impressione che solo noi siamo i competenti, gli esperti, i "soggetti" della "salvezza di quelli che muoiono di fame o di Aids", fino all'assurdo di essere gelosi della "idoneità" riconosciuta (ad alcuni) dal Ministero degli Esteri o dall'Unione Europea. Non posso non ricordare la risposta di mio nipote Ludovico in proposito. Aveva allora poco più di due anni e a mia moglie che lo richiamava al suo dovere di pensare a chi sta peggio, molto candidamente disse: “Ma a quelli ci pensa il nonno…”. Guai a noi se continuiamo a dare l'impressione che alla fame, alla miseria, alle ingiustizie “ci pensiamo noi”; noi e le nostre associazioni! Della fame e della miseria nel mondo, come di tutti gli altri problemi globali, dobbiamo farne il problema di tutti.

Infine bisognerà pretendere maggiore coerenza con l'insieme della politica nazionale ed europea. Per cui trovo assurdo sganciare la cooperazione internazionale dalla "politica estera" del nostro Paese. Come immaginare e realizzare una cooperazione internazionale efficace nella solidarietà e nella giustizia, se l'intera politica estera non è in armonia e coerente con essa? Il commercio delle armi, il rifiuto dell'accoglienza degli immigrati e dei richiedenti asilo politico, il mantenimento delle norme e delle pratiche di protezionismo interno ed estero, e via dicendo, non devono trovare mai più cittadinanza nella politica italiana. Non si può essere ad un tempo, come dice spesso Jean-Léonard Touadi, "piromani e vigili del fuoco"!

GRAZIANO ZONI

 

GLI AIUTI ALLO SVILUPPO: ITALIA MAGLIA NERA

Nel momento in cui l'Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS) nel mondo è aumentato nel 2004 - 78,6 miliardi di dollari, con un incremento del +4,6% tra il 2003 e il 2004, e del +4,3% tra il 2002 e il 2003 -, la tendenza italiana è invece del tutto opposta: -15,3% dal 2002 al 2003 e -9,7% tra il 2003 e il 2004. L'Italia stanzia in cooperazione soltanto lo 0,15% del PIL rispetto allo 0,17 del 2003, e scende così dal penultimo all'ultimo posto nella classifica dell'OCSE che considera il rapporto APS/PIL dei Paesi industrializzati.

La Finanziaria 2006 poi, dopo i copiosi tagli dell'anno precedente, peggiora ancora la situazione prevedendo ulteriori 152 milioni di taglio sul fondo a dono, cioè sulle risorse disponibili per la cooperazione, che passano da 552 a 400 milioni. Una condizione che non permetterà più di finanziare settori come il Fondo Globale per la lotta all'AIDS, la Malaria e la Tubercolosi, il Fondo Speciale FAO per la Sicurezza Alimentare, il Piano d'Azione per l'Acqua, il sostegno al processo di pace in Palestina.

Questo mentre in questi ultimi tre anni la media dei Paesi OCSE è salita dallo 0,22 del 2001 allo 0.25 attuale. Una parte di questa risalita è dovuta alla cancellazione e alla riduzione del debito di alcuni Paesi, però è un dato di fatto che l'Italia è in controtendenza rispetto alla media generale. E' interessante il confronto con Paesi che fanno parte anche loro dell'Unione Europea e dell'area della moneta unica: va sottolineato lo 0,42 della Francia o lo 0,28 della Germania, due Paesi che non stanno attraversando un buon momento dal punto di vista economico, ma ci sono anche il Belgio con lo 0,41, il Portogallo con lo 0,63, l'Olanda con lo 0,74 e addirittura la Svezia con lo 0,77 e il Lussemburgo con lo 0,85.

Aderendo alle decisioni assunte in sede Onu, G8, Ue, l'attuale governo si era impegnato al vertice di Barcellona (2002) a portare il fondo per l'aiuto allo sviluppo allo 0,33% del PIL nel 2006, allo 0,5 nel 2010 e allo 0,7 nel 2015. Ma, come abbiamo appena visto, tale obiettivo pare allontanarsi sempre più.

 



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